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Osteria delle donzelle



Glauco Silvestri

Glauco Silvestri

P31 Ottobre

   

Anagrafica Libro:

Titolo: 31 OTTOBRE
Autore: Glauco Silvestri
Editore: Il Filo
Collana: Vertigo
Numero pagine: pp. 132
Prezzo: Euro 14,00

Codice ISBN e EAN: 978-88-6185-292-1

Pagina sul sito della casa editrice:
http://www.ilfiloonline.it/autori/2007/silvestriGlauco.asp

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Sinossi Libro:

31 OTTOBRE
Misteriosi omicidi a Bologna: una ragazza, sui trent’anni, uccisa in piena notte mentre tornava a casa; un ragazzo morto in seguito a uno strano incidente con un autobus privo di autista; infine un’altra ragazza, ammazzata davanti a casa, mentre aspettava il suo ragazzo. Ciò che di orribile hanno queste morti è che l’assassino ha aperto alle vittime il ventre dal petto all’inguine e si è divertito a estrarne le viscere. Di fronte agli occhi degli investigatori, un tenente dei Carabinieri e un’affascinante sottotenente della Scientifica, si mostrano scenari devastanti, che hanno tutti qualcosa in comune: la parete più vicina è annerita da fiamme e sembra ritrarre il delitto nel suo momento più cruento. Oltre a questo una presenza inquietante: vicino alle vittime viene sempre trovato un miagolante gatto, completamente nero, se non fosse per le chiazze rossastre del sangue, che gioca con gli organi di quelle. Proprio il felino sembra essere l’unico possibile collegamento tra i tre casi. Tutto accade alla vigilia della notte di Halloween. E forse proprio qui si nasconde il segreto di questi efferati omicidi che sconvolgono la pace della, mai come ora, misteriosa Bologna.

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Breve Biografia Autore:
        
Glauco Silvestri è nato a Bologna nel 1972, ed impiegato in un’azienda di elettronica. Nel 1997 ha esordito con Cometa, primo libro di una trilogia di fantascienza, pubblicato come premio di un concorso letterario promosso dalla Get Editrice. Di seguito, alcuni suoi racconti sono apparsi su antologie dedicate ad autori esordienti.

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Dove acquistare online:

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Altre Pubblicazioni dell'autore:

Lulu.it: http://stores.lulu.com/glaucosilvestri

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Blog dell'autore:

Blog Personale:
http://gloutchov.blogspot.com

Blog dedicato a 31 Ottobre:
http://31ottobre.blogspot.com

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libro pdf Scarica alcuni capitoli tratti dal libro cap I cap II

 

31 OTTOBRE

CAPITOLO I

A Bologna, la mia città, che ha saputo accogliermi con calore all’ombra dei suoi portici.

 

“...C’è un tuono più forte che la notte svanisce mi sveglio di colpo più stanco più solo mentre il cielo schiarisce accendo il motore, guardo nello specchietto e vedo riflessa con un po’ di dolore Bologna col rosso dei muri alle spalle che poco a poco sparisce metto la freccia e vado sulla luna... vado a trovare la luna.” (Dark Bologna, Lucio Dalla)

 

Il ticchettio rapido dei suoi passi echeggiava tra le arcate dei portici del Pavaglione. Il respiro affannato. Il sudore freddo sulla fronte. Le caviglie doloranti per via dei tacchi a spillo.
Mai avrebbe pensato di odiare quelle scarpe da duecento euro.
L’aria gelida le saliva lungo la schiena coperta. La città dormiva ancora, era mattina presto, venerdì.
Alle sue spalle non sentiva alcun rumore. Solo il ticchettio di quei maledetti tacchi a spillo.
Forse non la stava seguendo.
Forse quella corsa sfrenata stava accecando i suoi sensi.
Non osava voltarsi. Se fosse stato proprio alle sue spalle avrebbe avuto un’ottima occasione per raggiungerla e…
I portici erano invasi dalla penombra. La luce proveniente dalla piazza le permetteva di capire dove stava andando. I lampioni la guidavano tra le insidie di quel portico millenario.
Sperava solo di non cadere.
Mieaow!
Un gatto nero la osservava dall’alto di un bidone della spazzatura. Era stato disturbato dalla sua corsa, da tutto quel baccano che stava facendo. Cosa ci faceva su quel bidone? Forse cercava del cibo. Forse cercava un punto migliore da cui osservare la città.
Strani pensieri. Eppure era seguita.
Quella strana sensazione di avere qualcuno alle spalle non l’aveva mai abbandonata. Eppure, non aveva mai visto nessuno dietro di lei.
L’oscurità era troppa sotto quel portico. Se solo fosse riuscita a raggiungere via Ugo Bassi, se solo fosse riuscita a mischiarsi alla città che si stava svegliando.
Bip! Bip! Bip!
Un grosso camion dell’azienda municipale stava scaricando un cassonetto giallo nel proprio intestino metallico. L’autista era illuminato dai bagliori del monitor installato in cabina. Stava controllando i bracci meccanici che sollevavano il cassonetto e lo portavano in posizione. Una piccola telecamera posta sul fianco del veicolo osservava l’operazione con attenzione.
Mieaow!
Ora il gatto si lamentava. C’era troppo rumore. Non bastava lei che correva senza fiato. C’era quel camion. C’era il 27 che imboccava via Indipendenza per raggiungere la prossima fermata.
Con un balzo agile il gatto saltò tra le sue gambe. Un gesto di vendetta. Un gesto di ribellione verso i disturbatori della quiete pubblica.
Mieaow!
Le sue gambe erano stanche, non erano più come prima. Quel portico era lungo soltanto due o trecento metri ma, a lei, sembrava di correre da tutta la notte.
Cercò di schivare la grossa bestia scura che si era tuffata proprio davanti a lei. 
Incespicò.
Un tacco si ruppe e, in un istante, fu a terra.
L’impatto non fu tra i più tremendi. Non fece nemmeno in tempo a gridare. Il suo volto colpì il suolo come fosse un grosso sacco di patate. Rimbalzò goffamente un paio di volte sulla guancia sinistra e strisciò sul suolo ruvido del porticato.
Strano! Non aveva mai pensato al suo viso come a un sacco di patate ma, durante la caduta, quell’immagine sgraziata era stata la prima cosa che le era venuta in mente.
Non aveva nemmeno fatto in tempo a mettere le mani avanti.
Era caduta di piatto, proprio sopra il gatto che, colto di sorpresa, non era riuscito a evitare di essere investito.
Mieaow!
Rimase sdraiata per qualche istante, a riprendere fiato, a cercare la lucidità perduta.
Qualcosa si stava muovendo sotto il suo ventre. Forse il gatto che cercava di divincolarsi. 
Cercò di girarsi su se stessa, sentì qualcosa allontanarsi da sotto di se. Un attimo di sollievo e, poi, di nuovo quel fastidio assillante al ventre. Eppure il gatto doveva essersi già liberato. Ora era col ventre rivolto alle arcate del portico, il gatto doveva per forza essersi liberato.
Ma il fastidio era diventato più pressante. Ora sentiva male. Un dolore profondo, quasi come se qualcosa gli si fosse piantato in profondità nel suo addome. Qualcosa di freddo, come la pavimentazione gelata che accarezzava la sua schiena nuda.
Cosa stava accadendo?
Era ancora a occhi chiusi. Per qualche motivo non riusciva ad aprirli, non voleva aprirli.
Le membra si stavano intorpidendo per il freddo, se non fosse stato per quel dolore, per quelle fitte allo stomaco, forse, avrebbe potuto pure addormentarsi.
Ma il dolore proseguiva ad attanagliare il suo addome. Si spostava, scendeva verso l’inguine. Un freddo improvviso aveva cominciato a crescergli dalla punta dei piedi. Le gambe erano deboli, troppo deboli. Stava cominciando a pensare di essersi fatta male cadendo.
Forse si era rotta una gamba. Ma no, non era possibile. Avrebbe sofferto come quella volta che, da bambina, si era rotta un braccio tuffandosi dal tetto di casa sua per cercare di afferrare il ramo più alto del ciliegio che cresceva nel suo giardino.
No, non poteva essersi rotta una gamba.
Eppure i piedi, ormai, non rispondevano più.
Il dolore all’addome era calato. Ora sembrava solo un prurito, un fastidio strano, come se qualcosa si stesse muovendo dentro di lei.
Anche il freddo alla schiena era scomparso. Ora provava un calore accogliente. Uno strano liquido denso la stava avvolgendo come se fosse in una vasca piena di acqua tiepida. Proprio come piaceva a lei.
Immaginò di essere immersa in una vasca enorme. Di giocare con la schiuma, di muovere i piedi tra le bolle e di lasciarsi coccolare da un leggero massaggio.
Aveva ancora gli occhi chiusi.
Quanto tempo era che si trovava lì per terra? Dieci minuti? Quanto era stata stupida. Correre in quel modo, pensare di essere seguita da un manico assassino, questo tipo di cose non potevano succedere nella sua città.
Certo che era stata imprudente a restare a quella festa. Avrebbe dovuto uscire con le sue amiche, alle due di notte. Ma aveva voglia di ballare ancora. Che pazza! Fare le cinque del mattino. Alle nove aveva una lezione all’università, quanto tempo le rimaneva? Giusto il tempo per un bagno caldo e la colazione.
Nessun pericolo, quindi. Era stata una stupida che si era lasciata influenzare dalla solitudine di quel portico. Tutto a posto.
Mieaow!
“Micio, vieni qui. Lasciati coccolare. Dove sei? Ah, sei qui. Proprio sopra di me, eh? Cosa stai facendo? Hai il pelo umido, dovresti ripararti la notte sennò la brina ti fa venire l’artrite. Hai mai visto un gatto con l’artrite? Non riescono più a fare niente, sai?”.
Ma il liquido che bagnava il gatto non era freddo. Era tiepido. Tiepido come quello che bagnava la sua schiena, denso proprio come quello.
“Vieni qui, dai. Cos’hai in bocca? Una salsiccia? Ma quanto è lunga? Dove l’hai trovata? Te l’ha data un macellaio? Ti ha dato una fregatura, sai? Non senti quanto è molle? Per me è andata a male, sai? Perché non vieni con me, a casa? Ti preparo un po’ di latte caldo e ti faccio un bel bagno ristoratore, ti va? Ne ho bisogno anch’io. Ho le gambe intorpidite, ormai. Che stupida, però. Perché me ne sto qui sdraiata con gli occhi chiusi, col freddo che fa… Ormai è novembre e ho pure lasciato il giaccone al guardaroba. Sono veramente una stupida. Pensare a un maniaco…”

CAPITOLO II

Mieaow!
«Spostate quel gatto».
«Non riusciamo a fargli mollare l’intestino di quella povera ragazza, Tenente».
«Che brutta fine…».
«Come pensa sia successo?».
Uno scuotimento di testa.
«Forse la Scientifica potrà chiarirci qualcosa».
«Tenente!».
«Sì?».
«Il Capitano vuole parlarle. Ho lasciato il canale aperto…».
«Bene» un cenno di capo in direzione della ragazza «non fate avvicinare nessuno».
La Gazzella era parcheggiata proprio tra i fittoni che impedivano l’ingresso del traffico in via Pescherie. I lampeggianti ruotavano illuminando a intermittenza Piazza Maggiore. 
C’era ancora poca gente in giro. Il cadavere era stato trovato dall’autista di un camion della spazzatura. Aveva appena finito di scaricare tutti i bidoni della piazza e stava per immettersi in via dell’Archiginnasio quando aveva visto il grosso gatto nero completamente macchiato di rosso.
All’inizio si era chiesto che tipo di vernice fosse e che cosa era successo a quell’animale. Poi, avvicinandosi col veicolo, aveva notato che aveva in bocca una bella salsiccia. Forse un macellaio che aveva la bottega in una di quelle viuzze gli aveva fatto un bel regalo, forse.
Poi si era accorto che il gatto stava sopra una specie di sacco nero. Sembrava un grosso sacco di patate mezzo vuoto, però nero. Cosa ci faceva lì sopra, quel gatto? Cosa ci faceva quel sacco proprio un mezzo al portico del Pavaglione?
La salsiccia che quel gatto aveva in bocca usciva dal sacco. Ora si spiegava tutto. Il solito furbo aveva scaricato la sua spazzatura ingombrante sulla strada e il gatto aveva trovato qualcosa che faceva al caso suo.
“Lavoro extra” aveva pensato l’autista. “Ma io non mi sporco le mani. Chiamo la centrale, io”.
C’era voluta una mezz’ora buona prima che arrivasse un’ape attrezzata per quel tipo di spazzatura. Il suo dovere era quello di attenderla, per evitare che lo schifo peggiorasse a causa degli animali. Già c’era quel gattone nero. Figurati quando sarebbero arrivati i piccioni. Strano, però, perché non c’erano i piccioni?
Mezz’ora di ritardo sulla tabella di marcia. Di nuovo dello straordinario non pagato, per di più, quella mattina doveva accompagnare sua madre all’ospedale, per fare degli esami. Chi l’avrebbe sentita quella, quando sarebbe arrivato in ritardo a casa sua. Gli avrebbe fatto una testa tanta. Forse conveniva tentare di ripulire, almeno, di mandare via quel gatto. Ormai doveva essere sazio, no? Chissà da quanto tempo era lì a riempirsi lo stomaco.
L’autista non fece nemmeno in tempo a scendere dalla cabina che, con lo sportello aperto, la luce del sole che stava cominciando a superare i tetti più alti, quel grosso sacco nero cominciò a rivelare quello che era in realtà.
«Capitano, qui sembra di essere usciti da un film dell’orrore. Di pessima qualità, pure».
«L’ha trovata l’autista del camion della spazzatura. Una ragazza. Ventidue, ventitré anni. Nessun documento. È vestita con un abito da sera e tacchi a spillo. Magari è uscita di corsa da un locale e ha perso la borsa, o ha dimenticato il cappotto… Oppure una prostituta d’alto borgo».
«Sì, Capitano. Pensiamo a un maniaco. Ha il ventre aperto dal seno fino all’inguine. Si deve essere divertito a estrarre tutto l’intestino. Abbiamo trovato un gatto su di lei che giocava con i suoi organi interni».
«Sì, lo so. Non riusciamo ad allontanare quel gatto, però».
«No, nessuno. La Scientifica non è ancora arrivata. Ho paura che dovremo dare spettacolo».
«Ci vorrebbe Silvan, Capitano. Con tutto il rispetto, Signore, come crede che sia possibile nascondere il corpo completamente squartato di una ragazza dal portico del Pavaglione, per di più senza toccare nulla per non contaminare la scena del delitto».
«Sì, Capitano. Faremo tutto il possibile».
I negozi stavano aprendo, i furgoni avevano cominciato a riempire le strade per rifornire i magazzini e per consentire ai commercianti di rispondere alle richieste del pubblico.
Gli autobus avevano cominciato a circolare con maggiore intensità. Le edicole cominciavano a ritirare i quotidiani. La città stava prendendo vita e, presto, il Pavaglione si sarebbe riempito dei soliti frequentatori. Studenti universitari, casalinghe, giovani squattrinati, extracomunitari, pensionati, persone dedite allo shopping e turisti.
Una bella gatta da pelare.
Mieaow!
Con rispetto parlando.
Il Tenente era tornato davanti al corpo della ragazza. Gli occhi spalancati di quella giovane mora lo stavano osservando con tranquillità, il viso era sereno, rilassato, non sembrava che avesse sofferto.
«Falle una foto».
«Ho già scattato un paio di rulli, Tenente».
«Fotografala in viso, vedi com’è rilassata, chissà a cosa pensava…».
Il furgone della Scientifica si arrestò proprio di fianco alla Gazzella. Il portellone laterale si aprì rapidamente, con il classico rumore di lamiera martoriata. Due uomini, in camice bianco, una donna in jeans e maglietta a maniche corte, un Carabiniere in uniforme. Tutti e quattro saltarono giù dal veicolo. L’autista rimase a bordo, come se il lavoro che dovevano svolgere fosse roba da pochi minuti.
«Chi comanda qui?».
«Io».
«Cosa abbiamo?».
Il resoconto fu ripetuto per l’ennesima volta. Come faceva quella donna a starsene con una sola t-shirt in pieno autunno. C’era un freddo polare quella mattina.
«Il gatto non riusciamo ad allontanarlo. Ha inquinato le prove, lo so. Che ci possiamo fare? Era già lì quando siamo arrivati. Magari ha pure visto l’assassino». 
«Un maniaco?».
«Probabile». 
Non era mai capitato un caso del genere a Bologna. Una storia troppo truce per una città tacciata come simbolo del ben-godi. Eppure, anche una città amichevole, con i suoi portici, i suoi vicoli medievali, i suoi tortellini della nonna, non doveva stupire per una violenza tanto efferata.
«Qualcuno ha notato quella parete?».
«Quale parete?».
Un’ombra. Incisa a fuoco sui mattoni della parete. Non è possibile. È il ritratto dell’assassino, immortalato nel gesto di aggredire la ragazza. Lei, a terra, inerme, con il volto rivolto alla piazza. Lo si intuisce dalle sfumature del viso, sembra quasi di poter intravedere gli occhi, chiusi. O socchiusi, forse. Lui, a cavalcioni su di lei, seduto sulle sue ginocchia, forse le sfiora soltanto. È di profilo, ha un ghigno terribile. Tiene la lama ricurva con il braccio sinistro, sollevato in aria come fosse un trofeo. La mano destra è appoggiata delicatamente proprio sotto il seno di lei. Tiene ben tesa la pelle nel punto in cui vuole iniziare l’incisione.
«Come avete fatto a non notarlo?».
«Il buio? Il sole è salito in fretta e ora si possono notare molti più particolari. Per esempio il sangue, dov’è finito? Una mutilazione del genere avrebbe dovuto riversare tutto il sangue sulla pavimentazione del portico. Ma non c’è nulla a terra. Dovrebbe esserci sangue ovunque. Che fine ha fatto?».
Mieaow!
L’ha leccato tutto il gatto? Impossibile!
Eppure le uniche tracce di sangue erano sul manto macchiato di quel gatto nero. Che fine aveva fatto tutto il sangue.
«Fa’ esaminare un campione della pavimentazione».
In gamba quella donna. Sembrava stesse leggendo nella mente del Tenente. 
«Prendi un campione anche dell’ombra».
Veramente in gamba. Nessuno ci avrebbe pensato se non fosse arrivata lei con la sua squadra.
«No, signori. Non c’è nulla da vedere. Per favore, girate al largo. Non potete stare qui».
«Cos’è successo?».
«Cosa sta succedendo?».
«Qualcuno si è sentito male…».
«C’è una ragazza a terra».
«Quel Carabiniere sta giocando con un gatto rosso-nero…».
«Un gatto rosso-nero? Non sarà mica del Milan…».
«C’è un morto».
«Un drogato si è sentito male…».
«Vi prego, allontanatevi. Stiamo facendo delle rilevazioni. State lontani».
«Fate transennare la zona».
«Tenente?».
“Chi rompe ora. Non bastava quel disastro. Ci volevano pure i rompicoglioni”.
«Signor Tenente? Sono di Canale 5…».
«La tv?».
«Sono di Striscia…».
“Pure “Striscia la Notizia”. Come hanno fatto ad arrivare prima dei giornalisti. Probabilmente intercettano i nostri canali radio. Figurati il casino, adesso. Cinque milioni di ascoltatori tutte le sere…”.
«Possiamo riprendere la scena?».
«No!».
“Va a finire che mi danno pure il Tapiro. Per fortuna che non c’è quello… come si chiama…”.
«Abbiamo trovato qualcosa…».
«Trattieni quelli, tu! Non farli passare con le telecamere».
“Il coltello. Incredibile. È stato gettato nel bidoncino attaccato a una delle colonne del portico. Possibile che l’assassino abbia commesso un’ingenuità del genere?”.
«Abbiamo bisogno di un paio d’ore per analizzare la zona. Ce la fate a mettere su un cordone?».
«Il cordone lo possiamo anche fare ma, cosa facciamo con la tv?».
«C’è la televisione? Come hanno fatto quei maledetti giornalisti…».
«Peggio. È “Striscia”».
«“Striscia la Notizia”?».
Niente da fare. Quella maglietta doveva essere di due misure più piccola. Parlare con quella donna guardandola negli occhi era veramente difficile. Se solo fosse stata alta quanto lui, non avrebbe dovuto abbassare lo sguardo per parlare con lei.
«Qui finiamo su un canale nazionale…».
«Cristo… Li tenga lontani».
«Lei non può passare…».
«Ma io lavoro qui. Devo aprire il bar…».
«Il suo bar rimane chiuso per ora. Stiamo facendo delle indagini».
«Non potete trattenermi. Questo è il mio locale, è il mio lavoro…».
«La prego stia…».
«Oh mio Dio…».
«Si allontani, la prego…».
«Dio mio… È stata aperta in due…».
«Volete tenere lontana quella gente? Stanno inquinando le prove…».
«Quel gatto… quel gatto ha in bocca il suo intestino… Dio mio…».
«La prego, stia indietro…».
«Non posso guardare, mi sento…».
Un conato improvviso. Il Carabiniere che arretra per evitare di sporcarsi, la folla che preme per vedere quello che è successo. Un disastro. Grida sconvolte, urla, svenimenti. 
«Fateli stare lontani… Incompetenti…».
Due colpi di pistola, sparati in aria. Due esplosioni amplificate dall’eco, sotto il portico. Era stata lei, con i suoi blue jeans scoloriti e la t-shirt troppo stretta. Lei, l’occhio di lince che non appena era arrivata aveva scoperto gli unici indizi importanti. Lei, che aveva attirato subito l’attenzione su di sé, aveva sparato sotto quel portico millenario senza preoccuparsi delle conseguenze.
I piccioni erano fuggiti terrorizzati, con un battito d’ali rumoroso quanto i colpi d’arma da fuoco che erano stati esplosi solo pochi istanti prima. Come loro, anche la gente, i passanti curiosi, erano arretrati colti da un’improvvisa paura. Nessuno si aspettava un’azione così scellerata da parte di un Carabiniere. Eppure lei lo aveva fatto.
I curiosi, quelli che volevano vedere e spingevano contro il cordone di militari, quelli che volevano partecipare a qualcosa di emozionante per il solo fatto che la loro vita n’era priva, quelli che volevano avere qualcosa da raccontare e anche quelli che lavoravano proprio nei negozi davanti al luogo in cui era stato compiuto un crimine, tutti quanti si erano allontanati e avevano lasciato campo libero alle autorità.
Lei, tranquilla come non fosse successo nulla, restituì l’arma a chi gliela aveva fornita. Sembrava serena, soddisfatta, contenta di poter svolgere le sue mansioni senza essere disturbata.
«Grazie, Appuntato».
A terra, a pochi passi da lei, alcuni detriti di mattoni, calce, e del famoso intonaco rosso caratteristico della città, formavano un piccolo mucchietto di ciottoli e polvere.
«Chi l’ha autorizzata a sparare? È per caso impazzita?».
Il Tenente, per quanto avesse ammirato quel gesto autoritario e, tra le altre cose, necessario, non poteva però lasciarlo passare impunito. Sparare in un luogo pubblico, per allontanare dei civili, col rischio di ferire qualcuno e, per di più, sotto i riflettori di “Striscia la Notizia”, era stata una vera follia.
«Continua a riprendere… Adesso quello le fa una ramanzina coi fiocchi. Qui c’è del lavoro per sei mesi, te lo dico io. Il Telegatto è nostro anche quest’anno. Credimi. Bonolis è spacciato».
«Ha sottratto un’arma a un Carabiniere che stava facendo il suo dovere… Si rende conto? Ha sparato in mezzo alla folla? Dove crede di essere? Nel Far West? Si rende conto che poteva colpire qualcuno?».
La ragazza faceva finta di nulla. Il suo lavoro non dipendeva dal Tenente che aveva di fronte e, per di più, se qualcuno aveva sbagliato nel suo lavoro, era stato proprio quell’ufficiale che non era riuscito a mantenere sgombro il luogo di un delitto.
«Parli con il mio Capitano».
La risposta di lei era pacata, coraggiosa, forte. Non poteva che piacere al Tenente. Anche lui avrebbe voluto sparare in quella situazione ma, ovviamente, si era trattenuto perché, per quanto efficace, non era certo la mossa giusta da fare.
«No, non sarò io a parlare col suo Capitano».
Le sue parole erano fredde nonostante ammirasse il coraggio di quella ragazza.
«Sarà lui a parlare con lei. Mi sa che si giocherà la carriera…».
Non vedeva l’ora di farlo. Toccarla con le proprie mani. Avere un contatto fisico con quella ragazza era la cosa che più desiderava dal momento che l’aveva vista per la prima volta. La prese per le spalle e la girò di centottanta gradi. La mise proprio di fronte alle telecamere che, ovviamente, stavano riprendendo tutta la scena.
Una situazione da film poliziesco. Un Carabiniere intraprendente, un capo responsabile, gli sciacalli della televisione pronti a mostrare il lato peggiore dell’arma.
«Stasera la vedranno più di cinque milioni di persone». Il volto della ragazza, per quanto indifferente, s’incupì per un istante. «Forse mi sbaglio, sa? Forse non parlerà con il suo Capitano. Forse sarà il Colonnello, il Comandante del Corpo a chiamarla a rapporto».
Anche lui non avrebbe certo passato un felice quarto d’ora dopo un fatto del genere. Poteva sperare di mantenere i gradi ma, quanto a continuare l’incarico investigativo, poteva scordarselo. D’ora in avanti avrebbe comandato da una scrivania. Se lo immaginava già, il suo Capitano, che lo chiamava a rapporto e gli dava dell’incompetente, dell’incapace, dello stupido. E, in fondo, se lo meritava. Era stato stupido a non tenere sotto controllo quelli della Scientifica. Li aveva sottovalutati. Eppure, lei, sin dal primo impatto aveva brillato di luce propria e, questo, avrebbe dovuto metterlo in allerta. Era stato un incapace.
«Lei, con quel gesto stupido, ha rovinato almeno tre persone. Se ne rende conto? Per fortuna che nessuno si è fatto male…».
«Stavano inquinando il luogo del delitto. È mio dovere proteggerlo in modo da poter ottenere il maggior numero di prove possibile. Prove che poi dovrebbero servire a lei per catturare il criminale che ha fatto questo scempio».
La ragazza si era liberata dalla presa del Tenente e si era voltata verso il corpo devastato che giaceva a terra. 
«I miei uomini stanno lavorando per lei, se ne rende conto?».
«No, non stanno più lavorando per me. Quando torneremo tutti quanti in centrale, lei probabilmente perderà il lavoro, io perderò l’incarico investigativo e, quel povero Appuntato, pagherà il suo gesto di gentilezza verso una donna con la perdita dei gradi o, addirittura, il congedo con disonore. Un bel casino per un gesto durato pochi secondi, no?».
«Beh, sarà quel che dovrà essere. Io avrò l’anima in pace. Ho fatto il mio dovere per fare in modo che il “macellaio” venga arrestato il più presto possibile. Lei può dire la stessa cosa?».
Il Tenente scosse la testa:
«Senta, non sto dicendo che lei non ha fatto il suo dovere. Io sto criticando il metodo con cui lo ha messo in opera. Quel suo gesto sconsiderato ha creato più problemi che soluzioni. Non so lei, ma, oltre a dover pensare al “macellaio”, io devo pensare ai miei uomini. Devo fare in modo che loro tornino tutti a casa la sera, vivi e contenti di essersi guadagnati il pane quotidiano. Per colpa di un semplice gesto impulsivo quel ragazzo, probabilmente, tra una settimana non avrà più uno stipendio con cui poter vivere».
«Mi spiace che queste siano le conseguenze del mio gesto ma, in fondo, non è un problema mio».
«Dovrebbe esserlo, visto che lei è un suo superiore, e, visto che lui affida la sua vita a lei, a noi, eseguendo tutti i santi giorni gli ordini che gli diamo, noi abbiamo delle responsabilità nei suoi confronti. Queste cose le insegnano il primo giorno di accademia».
«Beato lei che è andato in accademia. Io, i miei gradi, li ho guadagnati sul campo, per meriti effettivi».
«Beh, i suoi superiori hanno sbagliato qualcosa nel misurare i suoi “meriti”».
«Come si…».
«Tenente… ha una dichiarazione per la tv?».
I giornalisti di “Striscia” si erano fatti coraggio e si erano avvicinati con le telecamere. Per la seconda volta, la sua autorità aveva fallito. Come avevano fatto quei giornalisti a superare il cordone?

 

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