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Osteria delle donzelle



Silvia Aquilini

Silvia Aquilini

Silvia Aquilini Nasi Rossi

   

Nasi Rossi

Mi piacerebbe saper scrivere delle cose che avvengono dentro, dei pensieri che si formano e del perché uno arriva a fare delle scelte che solo qualche settimana prima non avrebbe mai fatto, ma non perché non le avrebbe mai fatte in assoluto, ma che forse le avrebbe fatte se avesse avuto il tempo di considerarle …ecco, vorrei saper spiegare che cosa succede quando hai il tempo di considerarle e come succede che arrivi ad avere il tempo per considerarle e, quando succede, perché pensi a queste e non ad altre.
Di solito i pensieri, questi pensieri, ti prendono quando succede qualcosa che ti fa sentire solo, perché quando non sei solo e, magari, vivi una bella storia d’amore hai tempo di pensare solo alla tua felicità e, se sei sufficientemente generoso, alla felicità dell’altra persona.
Quando sei solo e per qualche gioco del destino una serie di avvenimenti concatenati ti mandano all’aria la tua bella vita noiosamente ancorata alle varie “coperte di Linus” che ti fanno sentire così tranquillo e sicuro, ecco, qualcosa scatta, inizi a pensare e riconsideri che cosa rimane della tua esistenza.

Natale, una serie di giorni festivi lunghi e noiosi e terrorizzanti. Sto nel mio divano-cuccia a rimuginare sui fatti successi: come, all’improvviso, nel giro di pochi giorni mi sia ritrovata senza amici e senza fidanzato e, per di più, immobilizzata a causa di un incidente. La serie interminabile di giornate da passare in casa è talmente pesante che mi schiaccia ancora di più dentro i cuscini del divano e mi toglie la voglia di fare qualsiasi cosa, anche la più semplice, come mettere su una videocassetta ed obliarmi nelle storie di qualcun altro. Qualsiasi cosa mi risulta pesante, noiosa, senza senso, vorrei dormire, ma ho dormito talmente tanto che il mio corpo si rifiuta di farlo ancora, mi sento sprofondare nel buio di pensieri sempre più inutili e rabbiosi verso quelle persone che non mi hanno capito, che hanno preteso che io diventassi un’altra persona, che hanno detto di me cose non vere…mi sento vittima di complotti e vendette. Sto, letteralmente, andando in paranoia e questa gamba, anche lei mi tradisce, mi impedisce di uscire per allontanarmi da queste masturbazioni mentali. Dopo aver pianto mi sento meglio, ma non ho risolto un granchè, tra qualche ora, dopo l’aiuto temporaneo di un film e con il buio fuori, la stessa angoscia mi riprenderà e io mi sentirò l’essere più solo ed infelice della terra.

Passano i giorni, capisco che ho bisogno di aiuto, ma non del solito aiuto che possono dare un cinema o una pizza in compagnia, perché quando torni a casa dentro sei come prima, ne più pieno, né più vuoto, non hai dato né preso nulla, si è parlato delle solite cose senza mai scendere in profondità perché può essere pericoloso, possono partire le serie infinite di lamentele legate ai soliti discorsi…il lavoro, le amicizie, l’amore…e allora si parla di che hai fatto, chi hai visto, dei film, dei libri, dei posti che vorresti visitare…e ti rimane sempre come un retrogusto amaro ed insoddisfatto di cose non dette, di superfici appena scalfite, ti rimane quel groppo in gola che ti porti sempre dietro come un fratello siamese che sai non potrai mai toglierti di dosso se non con un’operazione dolorosa che potrebbe costarti molto e lasciarti una cicatrice indelebile.
Rimani lì con le tue cose da dire, che non sai come dire, che non sono interessanti per gli altri perché sono talmente tue che non hanno parole per essere tradotte. E dentro quell’insoddisfazione latente che sempre ti segue, passo passo, giorno dopo giorno, incalzante fino a che non riesci a dimenticartene nemmeno per un secondo, ma non riesci nemmeno a capire come vorresti che fosse la tua vita per raggiungere quella serenità che da sempre desideri.

La sensazione di essere sporca, ecco la cosa peggiore, che mi porta ad analizzare ogni mio piccolo gesto o parola per capire dove posso aver sbagliato, dove sbaglio ogni giorno. E il desiderio di essere migliore che non capisco se nasca dalla paura del giudizio degli altri o se proprio sia la voglia di trovare quell’armonia e quella completezza che mi facciano sentire utile e partecipe nella mia esistenza e nella vita degli altri.
Alle volte mi deprimo e mi dico di non essere una gran bella persona perché non riesco ad essere trasparente come vorrei, mi giustifico dicendomi che bisogna difendersi in qualche modo circondati come si è da persone che non aspettano altro che di approfittare delle debolezze altrui, ma in realtà sono solo scuse, la via più facile, perché l’essere puliti costa e implica un lavoro interiore lungo e faticoso di cui il maggiore presupposto è il non avere paura di essere giudicati. E inoltre bisogna credere in ciò che si fa, persino negli errori ed assumersene completamente la responsabilità. C’è questa moda di aspirare alla perfezione che ci costringe a mentire spudoratamente su chi siamo veramente, cioè imperfetti e fallibili. Ci hanno costretto a credere che sbagliare sia vergognoso e marchiante e siamo talmente convinti di questo che ci proviamo sempre a dare la colpa a qualunque altro motivo che non dipende da noi, fatti o persone, destino o fatalità. Non riesco mai a dire, senza provare questa vergogna umiliante, ho fatto io questo errore, oppure, potevo fare questa cosa più pulitamente, senza malizia e sarebbe certamente andata in un altro modo. E’ che c’è sempre questa rabbia latente, questo desiderio di rivalsa, nascosto appena sotto la superficie, questa mia superficie così innocua ed apparentemente fragile. C’è sempre questo impulso ad emergere sopra gli altri, forse per non essere colta di sorpresa, forse per non subire il giudizio, perché quando stai sopra è come se tu fossi intoccabile, o almeno così sembra, c’è questo bisogno di rendermi invulnerabile, di diventare indifferente a ciò che può ferirmi. C’è il desiderio di crearmi una facciata talmente perfetta e dura da non poter essere scalfita da nessuno. Vorrei saper comportarmi sempre nel modo giusto, senza mai dire una parola di troppo o troppo compromettente, facendo spiccare le qualità sopra i difetti in modo da nasconderli così bene da far pensare che non ne abbia. Purtroppo però io so di averne e quindi alla fine otterrei soltanto l’esibizione di un’immagine falsa di me stessa, vivrei una vita schizofrenica apparente negandomi di vivere quella vera.
E allora che fare? L’unica risposta che mi viene in mente è: prendi i tuoi difetti e le tue paure e usali per migliorarti e finiscila di giustificare le tue meschinità per comodo sopravvivere.

Ho quarantatre anni, da qui inizia, anzi continua, il tentativo di fare pace con me stessa e con ciò che non mi piace e vorrei cambiare, insomma, di riuscire ad amarmi.
Da questo punto della mia vita inizia la scoperta o la riscoperta di una parte di me stessa che l’ adulto che sono diventata nasconde perché se ne vergogna. Ho bisogno di aiuto, anzi di vari aiuti diversi. Credo che la cosa migliore sia, prima di tutto, distogliere la mente dal vortice di pensieri insensati e deprimenti del periodo natalizio, l’unico risultato al quale mi avevano condotto è stato quello di sentirmi sola come un cane, con un gran senso di fallimento che si alterna a rabbia e desiderio di vendetta. Dal momento che decido questo anche la mia gamba riprende a stare meglio, i miracoli della mente!
Telefono ad Alberto un amico che, guarda caso, si è rifatto sentire dopo anni di silenzio e gli espongo il desiderio di impiegare il mio tempo libero, assai poco in verità, ma le domeniche senza fidanzato e senza amici mi terrorizzano e non poco, in qualche attività di volontariato, ma non una qualsiasi, qualcosa che sia adatto a me che non sopporto il lato pietistico che hanno a volte queste associazioni. Alberto capisce, mi conosce abbastanza bene anche perché abbiamo fatto un campo scout insieme, sa che a me piace essere attiva, fare più che parlare, ridere piuttosto che piangere.
Quando se ne và mi chiedo perché sia riapparso dopo tanto tempo. Ma si sa, le cose non succedono per caso.
Il giorno dopo in ufficio nella posta elettronica c’è una sua mail con un allegato. L’allegato è un sito della V.I.P. che non significa Very Important Person, ma Vivi In Positivo. La prima cosa che appare è un clown, poi le varie informazioni che spiegano chi sono, cosa fanno, tante foto di ragazzi e ragazze con il naso rosso e vestiti colorati, la biografia di P. Adams e come fare per mettersi in contatto con loro. Scorro il sito in lungo ed in largo, i due numeri di cellulare dei responsabili della mia città mi ballano sotto gli occhi. Già telefonare è una scelta importante, è come dire un mezzo sì, è come far sapere che ci sei, esci dall’anonimato, non sei più nella massa enorme dei senza volto e senza voce, è come dire: “Io ci sono, sono qui, ti dico il mio nome e ora non posso più sparire e far finta di nulla.”. Alla fine, come faccio per tutte le scelte, per non perdermi nei meandri dei ripensamenti prodotti dalla valutazione dei pro e dei contro, agisco.
“Pronto?”
“Ciao, sono Silvia, ho visto il tuo numero sul sito e volevo sapere qualcosa di più”
“Perché ti sei interessata a questo tipo di volontariato?”
“Perché penso sia più vicino al mio modo di essere e perché le altre cose che ho provato hanno perso forza dopo poco tempo. Non credo di essere un tipo incostante e quindi penso non fossero adatte a me. Non garantisco nulla, ma vorrei capire cosa succede da voi.”
“Immagino tu sappia chi sono i clown di corsia e comunque se hai letto nel sito lo avrai scoperto. Bisogna fare un corso di base che dura un fine settimana e poi c’è la formazione che termina dopo un anno e che consiste in due sere al mese  di incontri dove tratteremo vari temi, dalla giocoleria all’approccio col paziente, dal pensiero positivo a come si fanno le forme con i palloncini e poi c’è l’obbligo di almeno due servizi al mese, sabato o domenica in ospedale e, se si vuole ci sono i servizi extra, che possono avvenire in qualsiasi altro giorno della settimana.”
“E quindi, cosa dovrei fare, se volessi….?”
“Vieni da noi giovedì sera, abbiamo la formazione. Vieni un po’ prima così parliamo.”
“Va bene, dimmi dove siete….”

Ecco fatto, anche se avessi voluto ripensarci, ora mi sono impegnata. Non ho ancora sposato la causa, ma vado a conoscere i “genitori” della causa.
Nei giorni che seguono non vengo colta da ripensamenti, cerco solo di capire come inserire nel mio puzzle quotidiano questi altri pezzettini che potrebbero forse diventare gli elementi cruciali del rompicapo per formare l’immagine. Dentro mi sento come una che ha fatto la cosa giusta, che, se non altro, si sta muovendo e non rimane ferma ad attendere che la vita cambi da sé. Questo progetto mi attrae, come tutte le cose nuove, mi incuriosisce. Anche se cerco di rimanere calma e tranquilla è naturale che mi si creino delle aspettative e, non riuscendo a stare ferma, soprattutto con la testa, cerco di immaginare cosa potrebbe essere da quello che sono riuscita a capire leggendo nel sito e dalle poche informazioni che ricordo su questo argomento di cose lette o ascoltate. Sbircio nell’armadio per ritrovare capi dai colori improbabili che si sono salvati dall’ultimo trasloco, forse perché avevano la fortuna di essere collegati ad un ricordo.
Contemporaneamente all’eccitazione fa capolino il timore della delusione. La delusione potrebbe venire da due direzioni: quella più diretta, dalla scoperta che anche questi V.I.P. sono un bluff, un gruppetto di gente male organizzata che si è inventata un’attività di volontariato per passare il tempo e per crearsi un giro di nuovi amici e che le serate di formazione non siano altro che la scusa per passare qualche ora goliardica che potrebbe avere un seguito anche in qualche piazza durante qualche manifestazione. Quella meno diretta potrebbe venire da me, dal fatto che potrei non sentirmi all’altezza, non farcela; mi immagino con il naso rosso, vestita di stracci colorati che entro nelle camere dei malati, di gente che soffre, di bambini che vedono il sole dalla finestra…con quale pretesa penso di farli sorridere con qualche stupida gag o qualche canzoncina stonata? Potrei sentire quel senso di inutilità che si insinua nelle pieghe del mio cervello e che consuma le mie convinzioni che, come è già successo, finiscono per cadere come un castello di carte al minimo urto.
Mi rifiuto di soffermarmi ancora su queste considerazioni, domani è giovedì, poi deciderò.

Trovo abbastanza facilmente il posto. Parcheggio lo scooter “molto personalizzato” che uso per gli spostamenti notturni. Mi avvicino all’unica persona che vedo dove dovrebbe essere più o meno il luogo dell’incontro. E’ un ragazzo, robusto, con un bel viso simpatico, da bambino adulto o da adulto bambino, non fa differenza.
Mi guarda e, non essendo troppo stupito dalla mia presenza, gli chiedo:
“Ciao, è qui che si incontrano i clown?”
“Sì, io sono Diesis….perché suono la chitarra. Sto aspettando che il parroco mi dia le chiavi per entrare nella sala dove ci riuniamo.”
Sparisce dietro una porta, riappare con le chiavi e scendiamo una rampa di scale che portano ad una sala abbastanza grande con tante sedie accatastate.
Mi guarda e continua a sorridermi. Penso di avere qualcosa di fuori posto, tipo i capelli schiacciati dal casco o una macchia di sporco sul viso, sono un po’ distratta e non bado mai se quando mi tocco il viso ho le mani pulite. In questo periodo di pieno inverno il mio scooter è perennemente incrostato di fango.
Si spalanca la porta alle mie spalle, oltre al rumore mi coglie una folata di aria gelida.
“Ciao, io sono Molla.”
“Ho parlato con te al telefono.”
“Sì…”
Anche lei, perché Molla è una ragazza, sorride nello stesso modo di Diesis, come spiegare … è un sorriso di quelli aperti, quelli che partono dagli occhi e solo dopo ti accorgi che la bocca è solo la manifestazione materiale di un processo che è già avvenuto in tutto il corpo. Ecco, somiglia molto a quello dei bambini molto piccoli, quando ancora non riescono a controllare le emozioni.
Solo adesso noto che Molla ha un numero sconsiderato di colore addosso, scarpe, calze, felpa, un’indigestione visiva di colore. Forse si accorge che la guardo.
“Sai, questa sera abbiamo giocoleria ed essere vestiti da clown ci aiuta a centrare il significato di ciò che facciamo. Allora, ora ti spiego un po’ quello che succede qui da noi: a parte quello che già sai sulla formazione e sui servizi, volevo parlarti meglio del corso di base che comprende un fine settimana molto intenso dove si mettono le basi per la formazione successiva, ma prima dimmi perché proprio noi…”
“Diciamo che tra le varie scelte mi sembra la cosa più adatta a me, però so troppo poco per affermare che possa davvero essere così, ci voglio provare, ne ho bisogno per tanti motivi, uno dei quali è che, nonostante sia molto impegnata, tutti i miei impegni sono a scopo di lucro, ecco, volevo qualcosa che non lo fosse e che, nello stesso tempo, fosse di qualche utilità. Ho pensato che forse c’è la possibilità di usare quella fantasia che nella vita di tutti i giorni non si deve usare e anche qualche nostra qualità che nessuno ci richiede mai al lavoro. Non so, credo che alla fine, cerchi dentro di me un modo per migliorare e magari questa è una delle strade che posso percorrere.”
“Se vuoi iniziare per noi non c’è problema, c’è un corso tra una settimana, ma non è qui, devi andare a Modena.”
“Beh, non è nemmeno troppo lontano, con il treno ci si mette poco.”
“C’è anche un altro ragazzo che lo farà, se vuoi metterti in contatto con lui, magari potete andare insieme. Domani ti farò avere il numero di telefono e anche quello del coordinatore del corso così ti fai spiegare tutto.”
Un’altra folata di aria gelida ed entra una signora con un’acconciatura stile nero d’africa, tenuta su da fasce colorate che la fanno sembrare il capo un’isoletta con la palma al centro.
“Lei è Spazzacamino, un altro angelo. Gli angeli sono i clown già formati che contribuiranno alla formazione dei nuovi entrati, sono quelli che ti accompagneranno nei servizi, perché non si va mai da soli, insieme si lavora meglio, ci si sostiene, ci si sente più protetti. Al corso imparerai anche a come usare il tuo clown per mantenere il distacco dal dolore del malato, in modo da essere sempre un portatore di sorriso che sia in grado di far dimenticare anche per soli 5 minuti la loro condizione. Scoprirai che la maschera più piccola del mondo, il tuo naso rosso, è molto potente ed è in grado di darti una forza incredibile.”
Continuano ad entrare persone multicolori: Boiler, Celeste, Paperina, Pop Corn, Sbando, Muffin, ….. saluto velocemente e me ne vado in pieno marasma di riflessione da decisione presa.

Il giorno dopo arriva tutto, telefono al clown Tappo della città di Modena dove si terrà il corso, mi manda una marea di informative via mail. Al telefono gli chiedo:
“Cosa devo portare, per i vestiti intendo?”
“Tutto quello che ancora oggi ti chiedi come hai fatto a comprarlo, tutto ciò che è troppo stretto, troppo largo, troppo colorato, troppo e basta!”
In definitiva, oltre al luogo ed all’ora, non so nient’altro. Non so cosa succederà, chi ci sarà, come ci arriverò…e come tutte le cose che non so un po’ mi innervosiscono e un po’ mi attirano, vivo in un tira e molla di decisione/indecisione, ma intanto i giorni passano e io penso sempre meno a tutti gli stronzi avvenimenti natalizi. Una sua utilità questa cosa l’ha già avuta.

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Un modo c'è

 

Come tutte le grandi città, anche Bologna ha le sue realtà nascoste e non sempre sono cose da occultare come segreti vergognosi ma, al contrario, sarebbero da divulgare con ogni mezzo per tentare almeno di sgretolare il freddo e l’indifferenza, fautori della nostra così profonda solitudine.
Silvia Aquilini Nasi RossiDietro l’apparente normalità della vita quotidiana che ci rende molto spesso ciechi a ciò che ci succede intorno, la città respira e si muove in altre direzioni diverse dalle traiettorie delle nostre esistenze private.
Molti di noi hanno la fortuna di avere una vita tranquilla, degli affetti, degli amici, un lavoro, ma nonostante questa posizione felice  troviamo sempre un motivo per lamentarci.
Alle volte veniamo colti dallo scoramento, vorremmo una vita migliore, ma non sappiamo esattamente in che modo raggiungere l’obiettivo, molto spesso ci affidiamo al superfluo, ci circondiamo di cose materiali come se potessimo ergere un muro che ci protegga da ciò che avviene al di fuori della nostra esistenza. Ma quasi sempre l’insoddisfazione ritorna e, soprattutto, la sensazione di essere soli, disperatamente soli ad affrontare il vuoto che cerchiamo di addomesticare riempiendolo di oggetti inutili ed impegni futili.
Forse quello che manca è semplicemente la speranza.
La speranza di poter credere che ci sia ancora qualcuno che si muove ed agisce senza mettere al primo posto il suo guadagno personale, il suo egoismo, la sua voglia di prevaricare, la sua fame di potere. La speranza di poter costruire qualcosa che rimanga nel tempo e sopravviva a noi, ai nostri figli, che sia in grado di mettere in difficoltà chi campa uccidendo la speranza nel prossimo, perché senza di essa noi siamo persone deboli e manovrabili.
Quando ho iniziato a scrivere questo libro non sapevo nemmeno io a cosa andavo incontro. Ho iniziato da un progetto, un bel progetto, che vive già da diversi anni e che ha come scopo principale quello di eliminare il più possibile gli sprechi e di distribuire più equamente i beni alimentari prodotti.
Ho iniziato a visitare le Onlus che beneficiavano gratuitamente di questo servizio e che, grazie a questa opportunità, potevano investire il denaro risparmiato in altre attività.
Ho visto persone che dedicavano parte della loro giornata o, addirittura, la vita intera alle persone più deboli e abbandonate, a coloro che avevano subito violenze o ne avevano fatte soccombendo alla legge della sopravvivenza, ai disadattati, ai poveri, ai disabili.
Ogni volta sono entrata in questi luoghi con un peso nel cuore e ogni volta ne sono uscita con una sensazione di luce e calore.
Molto spesso si pensa che le persone che intraprendono questi percorsi siano come un “sassolino nella scarpa”, fastidiosi perché mettono in risalto il nostro far poco, la nostra pigrizia mentale ed il nostro egoismo.
Forse, semplicemente, bisognerebbe prendere in considerazione il consiglio che silenziosamente ci danno, cioè quello di riacquistare la libertà di poter intervenire nella nostra vita per migliorarci e per migliorare quella degli altri.

L’OMINO CANDIDO

Un grande cubo più scuro della notte; guardandolo da lontano non puoi accorgerti di quanto è grande, non come durante il giorno quando puoi vedere che gli alberi sono molto molto piccoli e le persone ancora ancora più piccole.
C’è un grande silenzio, si capisce che il mondo sta ancora dormendo, qualcuno apre un occhio, si accorge che è ancora buio e richiude l’occhio cercando di riprendere il sogno che stava facendo. Qualcun altro si alza, va in cucina a bere e poi ritorna sotto le coperte, dove ancora c’è il tepore che aveva lasciato. Un papà si alza perché sente il suo bambino tossire ma, quando arriva nella sua stanza, lui dorme tranquillo, gli tocca la fronte e, sentendo che è fresca, continua la carezza sui capelli, ma è una carezza leggera, per non svegliarlo. C’è qualcuno che si sveglia con un sobbalzo, forse a causa del sogno che sta facendo, forse è inseguito da un branco di leoni che ruggiscono, o sta scivolando in un buco nero, o la maestra sta chiedendo il compito che non è stato fatto… rimane seduto sul letto fissando il buio, poi sorridendo capisce che è un sogno e con un sospiro si distende.
Tutto il resto del mondo continua a dormire.
Il grande cubo nero è sempre là, piccole lucciole si avvicinano e poi spariscono, qualche movimento, piccoli rumori, poi tutto ritorna tranquillo.
Appare un quadrato giallo luminoso, poi subito un altro vicino, poi una fila di quadrati, il cubo si accende di luce ed illumina anche quello che sta intorno. La notte non è più buia e certamente dentro il cubo qualcosa sta succedendo.
Il cubo è un grande supermercato, con tante corsie e tanti scaffali, tanti barattoli e tante scatole colorate, tanti odori di frutta e verdura, di pane appena sfornato, di biscotti e crostate alla marmellata, ma adesso è vuoto, non c’è nessuno che gira con i carrelli per fare la spesa e osservando bene negli scaffali mancano tante cose, c’è tanto disordine, un pacco rosso di caffè è finito in mezzo ai biscotti e un litro di latte è stato appoggiato nel frigorifero degli yogurt, insomma, c’è una gran confusione.
Dalle grandi porte che stanno su un lato escono tanti omini con dei camici rossi che si trascinano dietro enormi carichi, come formichine che trasportano briciole di pane ben più grandi di loro. Ognuno prende la sua direzione, l’omino degli yogurt si dirige versi i banchi frigo e, mentre li raggiunge, incontra uno yogurt alla banana nascosto tra il salame e la mortadella.
- Che ci fai qui?
- Non è colpa mia, una bambina mi aveva preso, poi la mamma le ha detto che ne aveva tanti come me nel frigorifero a casa e mi hanno lasciato qui! E poi a me non sono nemmeno simpatici questi due!
L’omino delle mele e delle pere invece si trova davanti ad una vera catastrofe: tutte le mele che aveva messo in perfetto ordine il giorno prima mancano, ne sono rimaste solo due, un poco ammaccate che si lamentano: - Nessuno ci ha volute, tante persone ci hanno preso in mano poi ci hanno rimesso giù e poi hanno preso le nostre vicine, eppure anche noi siamo belle sode. Per noi è colpa di quei guanti di plastica, come fanno a sentirci bene?
Le pere invece sono un poco più felici perché sono rimaste in un gruppo più numeroso e non si sono sentite sole come le due mele, ma ora sono preoccupate di quello che potrà decidere l’omino delle mele e delle pere. Potranno rimanere ancora un po’ lì, in quel posto o saranno portate via? E via dove?
Nel reparto biscotti l’omino si sofferma sui sacchetti di quelli al cioccolato. Il fondo è pieno di briciole, come mai? Eppure sembrano tutti interi. Ma guardando meglio e girando un sacchetto tra le mani, scopre qualche biscottino a metà e qualcuno ha tutti i bordi sgretolati. - Come possiamo fare? La gente ci tocca, vuole capire se siamo duri o morbidi e ci spinge la pancia, alle volte addirittura ci fa cadere!
Non va molto meglio nel reparto insalata, il radicchio rosso, quello che ha la forma di una palla, ha tutte le foglie esterne un po’ scure e mollicce e quelle miste dentro i sacchetti sembrano sofferenti, alcune foglioline sono appiccicate alla plastica trasparente e si sentono le loro vocine che si lamentano: - Aiuto! Voglio uscire!
Gli omini rossi lavorano velocemente, sanno cosa devono fare, osservano, guardano dei numeri che stanno sopra le confezioni, controllano che i numeri non siano troppo vicini al numero che c’è oggi sul calendario, tolgono, mettono, spostano, fanno delle file perfette, riempiono tutti i buchi e gli spazi vuoti. Guardano da lontano il loro operato per controllare l’effetto finale. Quelli rimasti un po’ indietro si affrettano perché sanno che tra poco i primi clienti entreranno con i carrelli e il loro lavoro deve essere terminato.
Trascinandosi dietro quello che hanno raccolto e sostituito, gli omini rossi scompaiono con il loro bottino dietro le grandi porte, lasciandosi alle spalle un meraviglioso ordine, file perfette, barattoli splendenti, biscotti fragranti ed interi, pane cotto perfettamente, sculture di mele e pere a forma di piramide, insalata croccante e con bellissime foglie rosse o verdi, ancora umide di rugiada.
Dalle finestre comincia a filtrare la luce del sole che sta sorgendo, un piccolo raggio si fa strada tra le corsie, diventa abbagliante quando incontra il vetro di un barattolo di marmellata e viene proiettato sul primo pacco di fette biscottate perfettamente allineate.
Sono tutti eccitati, dalla grande scatola di pasta alla piccola confezione di caramelle, tra pochi minuti sarà il loro momento, saranno i protagonisti, quelli nelle prime file consapevoli che saranno i primi ad essere scelti si pavoneggiano, ma gli ultimi non ci fanno caso più di tanto perché qualcuno che sta lì da qualche giorno ha detto che le persone molto spesso non prendono il primo, ma vanno a rovistare tra gli ultimi per trovare la data di scadenza più lontana. - Sì, sì, datti pure tante arie, ma vedremo chi verrà scelto per primo!

Mentre tra le corsie comincia la giornata, che cosa è successo dietro le grandi porte dove sono scomparsi gli omini rossi?
In fila come le formichine con il loro carico si stanno tutti dirigendo in un’unica direzione, in fondo all’ampio magazzino. Anche il magazzino è pieno di corsie, ma sono altissime, arrivano fino al soffitto. Sono alte come gli alberi del parco, come l’albero di Natale che fanno in piazza, alte come sette acrobati del circo quando salgono uno sopra l’altro, alte come le colonne delle chiese. E sono piene di cartoni enormi con tante scritte sopra, però non si capisce cosa c’è dentro.
Le formichine-omini rossi scaricano tutti i loro oggetti contro una parete, mettono sotto quelli che non si schiacciano ed i più pesanti poi, piano piano, salgono verso l’alto con quelli sempre più leggeri e più fragili. Sono precisi e ordinati, il risultato finale è una gigantesca scultura colorata dove tutto sta al posto giusto, ma non potrebbe essere diverso, questo è il loro lavoro e per loro è importante che sia svolto nel migliore dei modi e che l’occhio sia soddisfatto di ciò che vede.
Stanno un po’ lì davanti a commentare e a farsi complimenti a vicenda:
- Non c’è nessuno che sappia mettere in fila i tubetti di maionese come te!
- Oh, sei gentile, ma anche tu sei bravissimo a proteggere le fragili uova, scommetto che rischieresti di farti male per recuperarne una che sta cadendo.
- Oggi hai superato te stesso con i barattoli di pelati, sei riuscito a metterne uno sopra l’altro anche se sono ammaccati molto più del solito.
- Ma hai visto cosa è riuscito a fare con le banane?
Esauriti tutti i convenevoli ognuno riprende il suo carrello con le ruote ormai vuoto e si allontana velocemente.
Accatastati lungo la parete i prodotti di ogni genere vengono lasciati a pensare e la domanda che si pongono è comune a chiunque si trova in un posto dove non è mai stato, in attesa di qualcosa o qualcuno che non conosce: “Cosa mi succederà?”.
Questo tipo di attesa desta sempre una certa preoccupazione, c’è chi è più facile all’ottimismo e quindi si convince che non gli accadrà nulla di male e c’è chi, al contrario, si fa prendere dallo sconforto e si lamenta, fa domande in giro, si lascia andare a pensieri negativi e vede davanti a sé un futuro terribile.
- Vedrai, qualcuno ci verrà a prendere e ci porterà qui fuori dove c’è quel grande scatolone puzzolente, quello che ho visto quando sono arrivato - dice l’anguria tremando di paura.
- Sì, l’ho visto anch’io e ci ho visto buttare dentro una cassetta di carote senza nessuna compassione - conferma il cetriolo.
- Giorni fa, mentre ero in uno scatolone lassù in alto, ho sentito da lontano il rumore del vetro che si rompe, tanto vetro che si rompe - aggiunge il barattolo di sottaceti.
- Ma la cosa peggiore l’ho vista io mentre mi scaricavano dal camion: qualcuno sollevava tantissimi pack di sugo di pomodoro, alcuni sono caduti a terra e, splash, sono scoppiati e hanno schizzato ovunque, i pochi che si sono salvati sono stati subito schiacciati dalle ruote di quella strana macchina con quei due dentoni lunghi davanti che, quando è calma, restano a terra, ma quando qualcosa le sale sopra si arrabbia e spinge quelle enormi zanne verso l’alto! Ecco, quello che volevo dire è che i poveri pack di succo di pomodoro sono stati spazzati via e buttati senza troppe cerimonie nel grande scatolone puzzolente.
Il brusio continua, ognuno ha la sua storia da raccontare, quello che ha visto, quello che ha sentito dire, ormai nessuno riesce a conservare un po’ di ottimismo per contrastare il terrore e la paura che dilagano. Sembra quasi che tutta la struttura sia attraversata da un leggero tremoree si possono persino sentire dei tintinnii, fruscii, soffi, sibili…
Nessuno si accorge dell’omino candido che li osserva da un po’. Non si sa da quanto è lì, ma ha uno sguardo attento, analizza ogni piccolo oggetto, ogni minuscola confezione, i suoi occhi accarezzano ogni particolare.
Dopo aver guardato la grande scultura nel suo insieme da lontano decide di continuare l’osservazione da vicino. In un attimo cade il silenzio. Il momento di conoscere la loro prossima destinazione è arrivato.
L’omino candido accarezza l’ammaccatura di una mela, poi passa il dito anche sul resto della buccia soda: - Se vieni con me ti porterò in una grande casa in campagna dove ci sono tanti bambini. Entrerai a far parte di una bellissima macedonia insieme alle banane, alle pere, ai kiwi e, se siamo fortunati, anche ad un ananas. I bambini festeggeranno e apprezzeranno i vostri colori ed i vostri sapori mischiati assieme.
Al pane un po’ indurito, ma non nel cuore, sussurra: - Se vorrai, potrai essere la consolazione di tanti cani, gatti, conigli, cerbiatti, caprette e di tanti altri animali feriti e abbandonati. Magari ti metterò insieme al latte, se anche lui desidererà partecipare, per trasformare in una festa la giornata di queste creature.
Al gruppo molto numeroso degli yogurt dice: - A voi propongo un lavoro di grande importanza e cioè fare iniziare bene la giornata a delle persone che, malgrado la condizione poco favorevole alla quale li costringe il loro handicap, ogni giorno si alzano per creare tanti meravigliosi oggetti con legno, carta, colori, stoffa, creta e simili. Pensate a quanta energia potreste dare a queste persone che hanno sempre un sorriso per tutti.
- Ho un grande compito per formaggi, uova, pasta, caffè, zucchero e per chiunque voglia partecipare. Nel centro di questa città c’è un posto dove ogni giorno si prepara il pranzo per almeno duecento persone che non hanno la possibilità di sfamare se stessi e, per chi ce l’ha, nemmeno la loro famiglia. Addirittura, alcuni di loro, non hanno neanche una casa, dormono per la strada, anche quando è freddo e, se a queste persone non diamo da mangiare, non ce la faranno a superare il brutto momento che stanno passando. Chi di voi decide di partecipare entrerà a far parte del grande dono di un altro giorno superato, senza far sentir loro lo stomaco che si lamenta con quel fastidioso rumore che impedisce di dormire.
A qualche noce dal guscio crepato e ai sacchetti bucati di frutta secca propone: - Per voi avrei una gita in un luogo molto bello, sulle colline, dove ci sono degli animali un po’ strani, di quelli che non si vedono tutti i giorni, come scimpanzè, orsetti lavatori e qualcuno un po’ più conosciuto come caprioli, tassi, ricci, scoiattoli. A questa impresa possono partecipare anche tutti quei frutti che magari sono curiosi di cose nuove. Vi assicuro che è veramente divertente essere accolti dai versi strani che solo loro sanno fare!
L’omino candido parla con grande entusiasmo ed è tanto contento del suo compito che qualsiasi parte del suo corpo sorride. Il suo è uno dei lavori più belli perché riesce a dare un po’ di felicità a tante persone e animali abbandonati e dimenticati da gran parte delle persone e, allo stesso tempo, riesce a ridare un senso a degli oggetti che sembravano destinati al grande scatolone puzzolente.
Gli yogurt, che sono i più prossimi alla scadenza e che quindi sentono il loro tempo molto stretto, sono i primi ad accettare: - Sì, sì, sì, sì…
Alle mele e alle pere ammaccate non sembra vero di poter essere ancora utili e, non avendo nessuna voglia di sprecare il loro succo dolce marcendo nei rifiuti maleodoranti, si uniscono con entusiasmo agli yogurt.
Le marmellate, che sanno di essere ancora buonissime anche se la loro etichetta non è più di moda, decidono che è meglio rallegrare le colazioni su belle tovaglie a quadrettoni piuttosto che venire lanciate contro le pareti metalliche dell’enorme contenitore dei rifiuti.
Alla fine sono tutti d’accordo, anche chi è un po’ dubbioso si convince, potrebbe correre il rischio di rimanere lì da solo ad affrontare un destino che si chiama spazzatura, mentre invece, in questo modo, hanno la possibilità di prolungare la loro permanenza nel mondo e di svolgere fino in fondo il loro compito.
L’omino candido era già sicuro della loro risposta ma, essendo una persona molto rispettosa, ha avuto la cortesia di attendere che loro dicessero sì e si convincessero che era la cosa migliore da fare.
Ci vorrà un po’ di tempo per caricarli tutti e consegnarli alle varie destinazioni, ma è ancora presto, molte persone si sono appena svegliate, alcune stanno facendo colazione, altre hanno appena cominciato a lavorare, a scuola è finita da qualche minuto la prima ora.
L’omino candido comincia a portarli fuori un po’ per volta abbracciandoli con tutto il suo calore e sente che, se avessero le gambe, lo seguirebbero ovunque e comunque.

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