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Osteria delle donzelle



Rossana Conte

Rossana Conte

Pompilia Zambeccari

Collana di storie bolognesi

Costa Editore

PP 79

ISBN 88-89646-18-7

€ 9.00

 

Scarica alcuni capitoli tratti dai libri:

Pompilia Zambeccari

Non era un uomo qualunque

Cristina Dudley Paleotti

Parlami d’amore Marił INEDITI

Morte sul Sambuco INEDITI

SFORZA,SFORZA! INEDITI

libro pdf
 

 

L'autrice

“ … soyez réalistes demandez l’impossible “ ( E. Che Guevara )

 

Cenni biografici : Rossana Conte è nata nel 1951. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università di Bologna, per quasi trent’anni si è occupata di redazione finanziaria. Recenti sono le sue pubblicazioni:Pompilia Zambeccari ovvero le brave ragazze vanno in Paradiso, le cattive in convento (2006), ricostruzione storica delle vicende di una contessa bolognese della seconda metà del Cinquecento accusata di veneficio

(www.radioemiliaromagna.it/page.asp?/DCategoria=2376&);

Non era un uomo qualunque (2007), libro che narra la vicenda umana del nonno anarchico; sempre nel 2007 con l’inedito Sforza,Sforza, ambizioso testo in cui i moduli del romanzo storico, dell’autobiografia immaginaria e del diario sentimentale si fondono attorno alla figura di Caterina Sforza, guadagna il terzo posto nel concorso letterario nazionale “Femminile tra le righe” (www.murenaletteraria.it/premio/motivazioni.pdf). A gennaio 2008 pubblica Cristina Dudley Paleotti
(www.radioemiliaromagna.it/protagonisti_ieri_oggi.aspx),
ritratto senza veli di una nobile poetessa del 600, un saggio sulla vita di una poetessa bella, audace e dissoluta, frutto di ricerche condotte su antichi testi, scorre come un romanzo. Ha ultimato un giallo storico Sangue sul sambuco che narra le vicende di Beatrice Cenci, giovane patrizia romana condannata ingiustamente alla decapitazione e Parlami d’amore Mariù, la vicenda di un giovane bolognese tra il luglio 43 e la primavera del 45, quando esce vivo con l’amico Gufo da Mathausen.

I Libri:

POMPILIA ZAMBECCARI

LE BRAVE RAGAZZE VANNO IN PARADISO, LE CATTIVE IN CONVENTO

Leggendo un articolo di Danila Comastri Montanari ho udito per la prima volta accennare a Pompilia Zambeccari; da qui è nato il desiderio di saperne di più e ho iniziato delle ricerche che sono durate un anno e mi hanno portato a narrarne le vicende che, sebbene un poco romanzate, sono storicamente documentate e consentono di avere un quadro della vita della Bologna della seconda metà del 1500. I sentimenti degli uomini, sia positivi che negativi, nel tempo non sono mai mutati, ma sono cambiati i modi di esprimerli e di viverli. Ciò che oggi appare ingiustificabile, nel Rinascimento era un comune modus operandi. La storia non va giudicata, ma compresa calandosi per quanto possibile nel periodo che si esamina. Nel mio racconto Pompilia è attrice oltre che vittima di un mondo dove le donne avevano ruoli rigidamente definiti e non vi era comprensione per le “trasgressioni”, sebbene ai nobili venisse riservato un trattamento di favore. Spero, in ogni caso, che dal racconto trasparisca la mia profonda simpatia per questa donna “trasgressiva”la cui unica colpa fu quella di inseguire quel poco di felicità che dovrebbe, di diritto,spettare ad ogni essere umano.

Bologna nella prima parte del 1500 era già una gran bella città, arricchita da palazzi sontuosi e vie eleganti, ma nelle sue parti più pittoresche era percorsa da vie strette e tortuose soffocate e quasi accecate dagli sporti del secondo piano delle case, sorrette da travi e da puntelli che avvicinavano talmente i tetti delle case opposte quasi a fare da cappello alle strade.
Spettacolo curioso e meraviglioso erano le due torri  - Asinelli e Garisenda- che erano già pencolanti come oggi e i tanti chilometri di portici, alti e bassi, sotto i quali ci si riparava come oggi dall’inclemenza del tempo.
Ogni tanto s’allargava una piazza che aveva richiesto l’atterramento di molte case come il trivio di Porta Ravegnana, la piazza Santo Stefano, quella di San Salvatore, dei Calderini, di S.Martino, cui nel 1563 s’aggiunse quella del Nettuno e del Pavaglione.
Le case non avevano fogne, e le più povere non avevano l’acqua corrente, ma solo un pozzo pubblico per ogni contrada.
 Al centro della città il Palazzo Nuovo del Comune e quello del Podestà: dalla ringhiera di questo palazzo, destinato in origine alle convocazioni dei consigli, a residenza dei tribunali e dei consoli, si leggevano le sentenze capitali e si appendevano i condannati al capestro, mentre la campana detta dell’Arengo chiamava il popolo ad udire sentenze e decreti o radunava soldati per reprimere le perenni lotte intestine o per cacciare qualche nemico.
Accanto al Palazzo del Podestà, quello dei Notai e la monumentale Basilica di San Petronio che, quando l’aveva costruita mastro Antonio di Vincenzo, era senza dubbio il maggior tempio della Cristianità.
In faccia al Foro dei Mercanti, detto volgarmente la Mercanzia, sorgevano oltre alla Garisenda e agli Asinelli, la piazzetta di Porta Ravegnana con il bel palazzo fatto costruire dall’Arte degli Stracciaroli.
Un mucchio di macerie, invece, segnava in via San Donato (ora via Zamboni) il luogo dove nel 1460 era sorto il Palazzo Bentivoglio, un’opera magnifica che doveva fare da contorno alla potenza della famiglia e che ne seguì la sorte quando questa fu cacciata.
Il palazzo era diviso in due piani.Comprendeva 244 stanze. All’interno del pianoterra, cortili, logge, armerie, giardini ornati di statue e fontane e scuderie, una delle quali poteva ospitare fino a 50 cavalli.Per un’ampia scala si accedeva al piano superiore e mediante un ponte levatoio sovrapposto alla via De’Castagnoli si passava alla vicina torre eretta a fianco del palazzo.La torre era esternamente ornata da sculture e dipinti in oro e a colori con gli stemmi delle famiglie imparentate con i Bentivoglio.
Di tutto ciò già nel ‘500 non restava nulla, tutto fu distrutto e rapinato dal popolo e dai patrizi alla cacciata dei Bentivoglio.Troppo tardi i Magistrati resisi conto del danno irreparabile che ne sarebbe derivato dettero l’ordine di fermarsi, ma non servì a nulla. Ancora oggi là dove sorgeva la torre vi è ad imperitura memoria :Via del Guasto.
Bologna era bella, ma le precarie condizioni igieniche  sia pubbliche che personali contribuivano a far scoppiare epidemie che decimavano la popolazione, nel 1528 la peste pare avesse ucciso molte migliaia persone.Ne era seguita una grave crisi economica e le strade rigurgitavano di torme di poveri tanto che le autorità bolognesi avevano dovuto intervenire raccogliendo i mendicanti nel convento di San Gregorio fuori San Vitale.Venne promossa una colletta a cui aveva dato il via il vice-legato offrendo 50 scudi di tasca propria.
Bologna era, comunque, anche un centro politico di prima grandezza ed è infatti qui che Carlo V decise di farsi incoronare  imperatore da papa Clemente VII e sempre qui decisero di convergere i padri conciliari del Concilio di Trento, fuggiti di là a seguito di una epidemia.
Nel 1535 quando nacque Pompilia la città era da anni ormai una città violenta, ognuno si faceva giustizia da solo, uccidendo per vendetta o personali rancori, addirittura si giunse ad assassinare nelle chiese come accadde a Nicolò Malvasia per mano di Matteo Marescalchi nella chiesa di San Francesco.
Sempre in San Francesco i Marescotti tesero un agguato ai Panzacchi tirando fuori le armi durante l’elevazione del Santissimo; in Via Galliera una bomba ridusse Palazzo Ghisilieri in un mucchio di rovine.
L’anarchia la faceva da padrone, le rapine erano all’ordine del giorno, così come le esecuzioni capitali .
Nel 1548 il Cardinal Legato offrì addirittura un premio a quei cittadini che mostrassero di collaborare con la giustizia, ma la violenza ormai non aveva più freni, anzi i Pepoli e i Malvezzi assoldarono grosse bande di delinquenti creandosi dei piccoli eserciti personali con cui combattere le famiglie rivali.
La violenza non era tuttavia solo all’interno della città, ma anche nei rapporti tra la città e il potere papale; ad esempio, SistoV fece giustiziare il senatore Giovanni Pepoli per dare una lezione ai nobili bolognesi
Il luogo riservato alle esecuzioni capitali era la piazza del mercato (oggi VIII Agosto) dove nel 1351 l’Arciconfraternita dell’ospedale della Morte, che aveva per missione il confortare i condannati al supplizio, ottenne di potere edificare una piccola chiesa dedicata alla decapitazione di San Giovanni Battista.
Nel periodo di cui parliamo l’Arciconfraternita lavorava a pieno ritmo e comunque bisogna dire che la giustizia applicava pene terribili quanto i reati che veniva a punire.
Il 3 novembre 1537 un tale che aveva ucciso la moglie, due figli, un domestico e una massaia venne dapprima tanagliato, poi gli fu tagliata una mano e dopo avere ricevuto un colpo di mannaia sul collo fu squartato.
Talvolta al supplizio veniva ad aggiungersi lo scherno. Nel 1549 una donna, accusata di stregoneria, prima di essere arsa sul mercato, fu messa a cavallo di un asino rivolta verso la coda, con una mitria sul capo piena di diavoli e doveva tenere in mano la coda dell’asino.
Nel 1541 ad un poveraccio venne tagliata una mano per avere gettato un’ampollina d’inchiostro sul volto di una dama.
Un reato frequente era l’avvelenamento. Le donne erano mandate al matrimonio in età giovanissima e molto spesso lo sposo era un uomo in età più che avanzata, di frequente violento e cattivo.
Non si deve comunque credere che il veleno fosse appannaggio solo dell’aristocrazia, presso la borghesia le cose non andavano diversamente ed egualmente accadeva per i contadini.
La donna era inoltre succube del marito che spesso la bastonava.Non parliamo poi dei casi di donne adultere: la reclusione in un istituto religioso era il minimo che potesse capitare loro, altrimenti c’era la prigione, la gogna, la perdita della dote e la morte.
Pertanto si può affermare che la maggior parte delle avvelenatrici coniugali avesse un’attenuante:l’impossibilità di disfarsi legalmente di un marito detestato.
In un’epoca dove il matrimonio era un contratto che non si poteva rescindere facilmente, dove i principi morali erano praticamente assenti e dove la vita di un essere umano poco contava, dove i rapporti extraconiugali erano quanto mai diffusi, ma per niente ammessi o tollerati, i postulanti che cercavano la famosa “acqua Tofana” (veleno a base arsenicale inventato, prodotto e largamente commercializzato da tale Giulia Tofana) erano estremamente numerosi.Donne che volevano sbarazzarsi di un amante diventato scomodo e pericoloso; donne sposate che, invaghitesi di un altro uomo, non sopportavano più il legame maritale; mariti che per lo stesso motivo desideravano la morte della consorte per convolare a nozze con la nuova fiamma; mogli, mariti, fratelli, sorelle, figli che con la morte dei loro “cari”sarebbero entrati in possesso di cospicue eredità.
Inoltre allora l’uso di un veleno per eliminare un proprio simile era anche “giustificato” da necessità di carriera, dal semplice desiderio di eliminare una persona scomoda. In un’epoca in cui i fatti di sangue erano all’ordine del giorno il poter disporre di un mezzo efficace, sicuro ed insospettabile, giustificava ampiamente, per la moralità di quei tempi, la spesa di cento doppie d’oro.
Ricordiamo che a Palermo Giulia Tofana s’era fatta ricca con il suo veleno.
In questo contesto visse Pompilia Zambeccari e la sua nobile famiglia.

I capitolo

RICORDI DI BAMBINA

Nacqui all’alba di una bella giornata di marzo così mi raccontarono poi. Le doglie di mia madre, la nobile contessa Polissena, avevano messo a soqquadro l’intero palazzo Zambeccari per tutta la notte. I domestici correvano su e giù, eseguendo gli ordini della ferrea levatrice che urlava comandi con il garbo di un sergente dell’esercito.Quando ormai le urla di mia madre sembravano avere perso ogni contegno e i domestici erano sul punto di ribellarsi alla sgarbata levatrice, ecco che improvvisamente tutto tacque e il silenzio venne rotto da un lungo vagito: ero nata io, Pompilia, bella e piena di salute.
Una volta lavata e vestita, venni presentata a mio padre Emilio che,mi prese in braccio, e nonostante non fossi un maschio, mi guardò con soddisfazione e si chinò a baciare la mano di mia madre che finalmente poteva riposarsi.

“Fate venire la balia da San Giovanni in Persiceto” ordinò mio padre alla governante. A tempo debito era stata scelta una balia in campagna tra varie candidate che, come mia madre, erano sul punto di partorire.

Era una ragazzona sana, robusta e molto pulita che avrebbe nutrito senza difficoltà sia me che suo figlio, contribuendo al contempo al magro reddito della sua famiglia.
 In quegli anni nessuna nobildonna allattava direttamente: il distacco dal neonato faceva parte del protocollo e non creava particolari ansietà alla neo-mamma. Poichè la mortalità neonatale era altissima,  le madri , quasi per proteggersi, non mostravano o non sentivano un ansioso attaccamento verso i propri piccoli .
Nel mio caso, appartenendo ad una famiglia nobile e molto ricca, potevo disporre a Palazzo di varie persone che si occupavano di me e dei miei fratelli.
E’ anche vero che nell’ala del Palazzo dedicata ai bambini , mia madre la si vedeva poco, solo la sera passava di fretta a dare la buonanotte e ad ascoltare il rendiconto della giornata dalla governante. Solo in caso di malattia interveniva per chiamare il medico e pagare lo speziale, ma niente di più.
I primi cinque anni della mia vita trascorsero mangiando, dormendo e giocando, ma ne ho un ricordo vago:di certo non mi  mancò nulla, ma di affetto ne ebbi sempre poco, qualche distratta carezza da parte di mia madre e lo sguardo severo di mio padre, di cui sia io che i miei fratelli avevamo un sacro terrore.
Nel Cinquecento, i cinque anni erano un momento importante nella vita di una bambina di nobile nascita. A quell’età, infatti, molte famiglie decidevano se continuare l’educazione delle figlie in casa assumendo precettori e maestri, oppure scegliere il convento ( che non era meno costoso!), dove le fanciulle venivano educate secondo i migliori principi cattolici, comunque, sempre sotto l’attento controllo della famiglia.
Una mattina, la mamma mi chiamò nella sua stanza e mentre la domestica la pettinava mi comunicò:” Pompilia, io e tuo padre abbiamo deciso che la tua educazione continuerà in convento, le suore del Corpo di Cristo si occuperanno di te sotto il nostro controllo, ti accompagnerà la governante che resterà al tuo servizio e ci riferirà sul tuo comportamento”.
Che dire? Una bambina di cinque anni va dove la mandano, anche se l’idea di lasciare la casa e i fratelli mi spaventava, come di solito spaventano tutte le cose nuove.
La mattina seguente, dopo colazione, la carrozza di famiglia venne caricata dei miei bagagli. Abbracciai i fratelli, m’inchinai a mio pare e mia madre e solo quando salii in carrozza aiutata dalla governante scoppiai a piangere gridando dal finestrino:”Non voglio andare, non voglio andare”, ma la carrozza stava già uscendo da Via Barberia per raggiungere la non lontana Via Tagliapietre.
Poco dopo arrivammo in convento dove la madre superiora ci attendeva sulla porta. Era sorridente e mi aiutò a scendere dalla carrozza mentre con fare affettuoso mi asciugava le lagrime e mi soffiava il naso
 mormorandomi: “Coraggio piccina, vedrai che con noi starai bene, qui ci sono tante bambine della tua età con cui potrai giocare e studiare e poi …vedessi che bel giardino abbiamo!”
E’ la prima volta che un adulto si rivolgeva a me con tenerezza. Smisi di piangere e le diedi la mano seguendola nella penombra e nel fresco della Chiesa.Mi venne assegnata una cameretta piccola che conteneva giusto il mio letto, un tavolo ed un armadio, mentre la governante avrebbe dormito altrove con le converse.
Poi fui condotta nel grande refettorio, dove molte, tra bambine e ragazze, erano già sedute e chiacchieravano e ridevano. Dopo avermi presentata,  la madre superiora mi disse:”Ora siediti dove capita, quando avrai fatto amicizia potrai scegliere il posto che preferirai” poi rivolta a tutte : ”Ragazze, facciamo silenzio e ringraziamo il Signore per il cibo che ci ha donato…”. Improvvisamente calò il silenzio che durò il tempo di una preghiera ma poi riprese, come un vento improvviso, una folata di voci, di acciottolio di piatti e risate.
Già il ricordo di casa e il piccolo dolore provato lasciandola si stavano attenuando. Dopo il refettorio, tutte in giardino,che era proprio grande, una vera meraviglia di piante e fiori: al centro un pozzo, lungo i bordi il chiostro ombroso dove riposare o chiacchierare nei momenti più caldi della giornata.
Cominciai a prendere confidenza con le cose e con le altre bimbe della mia età. I bambini non hanno bisogno di grandi presentazioni, basta giocare insieme e l’amicizia è fatta.
La giornata passò in un lampo e dopo cena ci riunimmo in Cappella per la preghiera e poi a letto.
La governante mi accompagnò nella mia cella, mi aiutò a svestirmi e a mettermi la camicia da notte, e solo in quel momento capii che dopo poco sarei rimasta sola. Mi misi a piangere aggrappandomi alla gonna della governante:”Non mi lasciare, ti prego, ho paura, non voglio restare   da sola !”
“Pompilia, smettila di piangere, io dormo poco lontano da qui con le converse, se hai bisogno di qualcosa chiami ed io sarò qui in un attimo.” Io continuai a piangere e mentre la governante mi rimboccava le coperte,  io mi riscoprivo urlando sempre più forte.  
Intervenne la superiora che cercò con dolcezza di calmarmi, poi prese una sedia e si accomodò vicino al mio letto:”Starò qui con te fino a quando ti addormenterai, intanto reciteremo qualche preghiera”.
Non ricordo quante preghiere riuscii a recitare, ma so che quando riaprii gli occhi era mattina e la governante mi sorrideva:”Su dormigliona, è tardi, sbrigati a lavarti il viso, tra poco bisogna scendere in Cappella e poi c’è la colazione, ricordati di prendere il libro che ti ha dato la tua signora madre perché oggi cominciano le lezioni”.
Iniziò qui un felice periodo in cui imparai a leggere e scrivere, a far di conto, a cucire e ricamare, a cantare e a disegnare.
Due insegnanti esterni , pagati direttamente dalla mia famiglia, mi insegnarono l’uno il ballo e l’altro il latino.
IL ballo mi piaceva mentre il latino lo detestavo, così come non mi piaceva l’aritmetica.
Il tempo volava e ormai pensavo poco alla famiglia. La vita del convento era tranquilla, si andava a casa raramente e per periodi molto brevi, mentre i contatti con i genitori e i fratelli erano talmente sporadici che la nostalgia non era che un ricordo.Anche d’estate, non si ritornava a casa, ma si trascorrevano le vacanze in qualche convento dell’Ordine sull’Appennino bolognese.

 

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