Leonardo Cassone |
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I miei compagni di casa e bestie varie |
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CAPITOLO ILO SBARCO OVVERO “I HAVE A DREAM” 28 Agosto Arrivo a Bologna un lunedì pomeriggio. È fine agosto e fa un caldo torrido. Il viaggio in treno mi ha massacrato. Sette lunghe ore d’afa soffocante e di cattivi odori. Ho appena cinque giorni per cercare e prendere in affitto una stanza o un posto letto. Pare che questo sia il mese ideale per trovare una sistemazione, per via degli studenti che si sono laureati nella sessione estiva e che quindi lasciano le loro vecchie sistemazioni. Mi reco al Campus, il posto migliore da dove cominciare la mia ricerca. Le bacheche delle varie facoltà sono zeppe d’annunci, come insetti appiccicati sul parabrezza delle auto in corsa. Anche per strada, nelle vie del centro, ci sono ovunque messaggi di qualcuno che cerca qualcun altro per dividere appartamenti, camere e spese. A Bologna gli affitti sono maledettamente cari. Prendo nota dei vari numeri di telefono. Comincio dagli annunci di stanze singole. Sono un gatto solitario e ho grandi problemi d’adattamento. Il mio amico Darwin non avrebbe avuto dubbi nel classificare la mia specie tra quelle destinate a estinguersi nella lotta per la sopravvivenza. Da una cabina telefonica rossa, che mi ricorda da vicino quelle inglesi, faccio una serie di chiamate. Alcuni mi rispondono che hanno già trovato, altri che sono già in parola. Molti cercano solo ragazze. Alla fine riesco a fissare alcuni appuntamenti. Sono stremato, e mi sento come un pesce lesso in quella scatola infernale. Devo vedere cinque camere nei prossimi due giorni. Con un evidenziatore verde segno su una pianta della città le zone in cui si trovano i vari appartamenti. Se tutto fila liscio riesco ad anticipare la partenza da Bologna a giovedì. E finalmente venerdì ritorno al mio mare. Faccio un giro in centro. Nei pressi delle due famose torri, noto le vetrine della libreria “Feltrinelli”. Non resisto alla tentazione, entro e rimango per oltre un’ora a vagare tra gli scaffali pieni di libri. Mi fermo nel mio reparto da sballo, quello degli horror. Ci sono tutti i romanzi di Stephen King, il mio preferito del genere. Mi mancano cinque o sei libri per avere la sua opera completa. Decido di comprarne uno. Ho l’imbarazzo della scelta. Alla fine mi s’incolla tra le mani IT, un megavolume di oltre milleduecento pagine. In copertina il Washington Post promette “una storia terrificante e sinistra, superbamente narrata”. Ho visto di recente in videocassetta il film che ne hanno tratto, ma non mi è piaciuto. Mario mi ha assicurato che non c’è paragone col romanzo, è certamente migliore. È sempre difficile ricavare un buon film da un gran libro. Mario dice che leggere IT è stato addirittura meglio che calarsi durante una serata in disco. Non gli credo ma lo compro. Vado alla cassa dove la commessa, che sembra uscita da un video porno svedese, mi guarda e con la bocca di un rosso sguaiato mi dice “diciassette euro e cinquanta centesimi grazie”. La fisso un attimo con sorpresa. «Diciassette euro e cinquanta centesimi grazie? Per fortuna si tratta di un’edizione economica, altrimenti quella lusso quanto costa sarebbe costata... quarantadue euro e cinqanta centesimi». La bambolona non comprende la battuta. «Non è mica colpa mia se i libri in Italia costano tanto! Sarà il peso della cultura?» mi risponde seria. «Questa te la potevi risparmiare baby». L’ultima parte della sua risposta offende persino l’oca Martina di Lorenz. Uno dei suoi genitori probabilmente le avrà dato l’imprinting della stupidaggine. «Ha letto L’anello di re Salomone?». «Cosa?». «Niente niente, scherzavo naturalmente». Pago con il bancomat ed esco sbuffando. Appena fuori, guardo la busta contenente il mio acquisto e sorrido: ho il souvenir anche di questo viaggio. Molte persone che conosco associano i momenti della loro vita, belli o brutti, a delle canzoni. Io faccio lo stesso con i libri. Per quel che riguarda le canzoni, ascolto quasi sempre gli «Abba». È il mio gruppo preferito da quando avevo quattro anni. Mia madre mi ha tirato su più con le loro canzoni che con gli omogenizzati. Guardo l’orologio: è quasi l’una e mi è venuta fame. Mi fermo in un McDonald’s. Bologna n’è piena. Vedo una varietà immensa di gente qui: ragazzini, studenti, anziani, lavoratori e soprattutto extracomunitari. Tutti felici di immergersi in quei cibi supercalorici alla faccia del colesterolo. Al tavolo di fronte si è seduta una ragazza bionda, tutta sola. È molto carina e mi ha puntato da quando ha preso i tovagliolini e la cannuccia dal contenitore accanto al mio tavolino. Noto che anche lei ha fatto acquisti alla “Feltrinelli”, e penso che potrebbe essere un aggancio tosto. Continua a lanciare sguardi mentre addenta il suo hamburger. Immagino che in questa città potrò facilmente placare le mie tempeste ormonali. Ma adesso non è il momento. Ho alcune faccende più importanti da sbrigare. «I have a dream!» pupa. Mi alzo e vado a svuotare il vassoio nell’apposito contenitore. La guardo e le sorrido. «Ciao piccola sarà per la prossima volta, magari proprio qui». Non è la mia stagione degli accoppiamenti questa. Nei giorni che seguono vedo di tutto: topaie che sono spacciate per stanze, appartamenti scalcinati al limite della decenza senza riscaldamento. Altri ancora addirittura privi di acqua calda. Mi resta solo una camera da vedere. Poi devo ricominciare la ricerca. Ho appuntamento alle tre in punto con la proprietaria, che abita nello stesso stabile, se non ho capito male. «Via Rialto tre, proprio sopra il cinema», mi ha detto al telefono con una voce sottile da cornacchia. Premo il campanello da lei indicato: Rambaldi A. Terzo piano, non c’è ascensore. Il palazzo è vecchio, avrà almeno cinquant’anni, ma è messo discretamente. Da una finestra del pianerottolo scopro l’esistenza di un cortile interno. Due alberi, qualche aiuola e una panchina di ferro. Una microscopica oasi in questo deserto di mattoni e cemento. Sono contento. Mi apre la porta una donna di mezza età, la signora Rambaldi A., appunto. Il suo nome è Adelma, è raccapricciante e decido di chiamarla d’ora in poi solo con la sua iniziale. Ci presentiamo e mi fa accomodare in sala su un vecchio divano di velluto, stile anni settanta, di un orribile color beige a righe marroni. «Mi parli di lei, signor Palazzo» mi chiede. Ha assunto la faccia da investigatore e mi preparo al terzo grado. Comincio. «Mi chiamo Leo, signora. Ho vent’anni e vengo da un paese in provincia di Brindisi, in Puglia». (È sempre bene specificare. Non si sa mai con i tempi che corrono). «Ho preso la maturità scientifica due anni fa, poi ho deciso di fare il servizio militare prima dell’università. M’iscriverò alla facoltà di Scienze Naturali. Gli animali sono una mia grande passione...». «Perché non s’iscrive alla facoltà di veterinaria allora?» m’interrompe con l’espressione da babbuina. «Perché il mio sogno è entrare a far parte di un gruppo di ricerca, signora. Mi voglio specializzare in Etologia o in Antropologia ». Vorrei aggiungere ‘per studiare meglio gli anelli mancanti come te’ ma mi trattengo. «E i suoi genitori, lavorano entrambi?» (Una maniera elegante per capire se potrò pagarmi l’affitto?). «Mia madre insegna educazione tecnica in una scuola media del paese. Mio padre invece lavora nelle ferrovie... è ancora uno dei pochi, veramente, dopo gli ultimi episodi...». Noto che Lucy non ha colto l’ironia della mia battuta. Mi guarda di traverso e vorrei tanto darle una banana per tenermela buona. «Lei fuma, Leo?» continua l’interrogatorio. Ho voglia di risponderle: ‘solo qualche canna di tanto in tanto, sa com’è, per rilassarsi e gettare alle spalle il fardello dello stress quotidiano’. «No, nessun genere di fumo». Tossisco per l’imbarazzo. «Che bravo ragazzo!» esplode Lucy dalla contentezza. «Questo è un particolare decisivo per la mia selezione. Venga, le mostro la sua camera». Ha deciso di affittarmela dunque? Penso a quanto sia utile a volte tenere la bocca chiusa come una cerniera lampo. Saliamo al piano superiore. C’è solo una porta. L’appartamento è molto grande: cucina, sala, tre camere da letto e due bagni. È completamente arredato. Lucy mi mostra la stanza. La trovo carina anche se i mobili sembrano acquistati in un magazzino dell’usato. Sono tutti diversi tra loro: un letto singolo con la struttura in formica bianca, un tavolo e una sedia di plastica arancione, un armadio a due ante di legno scuro e una piccola libreria verde. Dalla finestra si vede il cortile interno. Mi piace. «La prendo». «Naturalmente mi deve due mensilità come deposito cauzionale e una del canone anticipato. Alle lenzuola e le coperte dovrà provvedere lei, signor Palazzo. La cucina e la sala sono ad uso comune. I bagni invece li userete in coppia. La gestione interna della casa non mi riguarda, sono sicura che troverete da soli, come dire, una specie di ordinamento interno. Verrò a controllare ogni tanto lo stato del mobilio...». «Che significa che l’uso del bagno è in coppia?» le chiedo curioso. «Uno per i ragazzi e uno per le ragazze!». «Le ragazze?» mi brillano gli occhi. Non vedo l’ora di tornare giù e raccontarlo a Mario. «Sì, le ragazze. Cosa crede, sono una donna di larghe vedute, io! Sembro forse più vecchia di quello che sono? So per esperienza che dove ci sono ragazzi circolano sempre e comunque ragazze. E viceversa. Io vi facilito le cose, non è d’accordo?» mi strizza l’occhio. La vecchia babbuina mi diventa simpatica di colpo. Non è poi l’anello mancante come credevo. Sto per chiedere notizie degli altri ragazzi ma lei mi precede. «L’altra stanza singola è occupata da un ragazzo napoletano, credo che faccia il secondo anno di Lingue. Nella doppia ci sono due ragazze carine e molto per bene. Una studia arte e l’altra psicologia. Sono molto serie. Avrà modo di conoscerli tutti quanti, in ogni caso. Allora quando si trasferisce?». CAPITOLO IIIL TRASLOCO OVVERO “MAMMA MIA” 23 Ottobre Sono riuscito ad evitare che i miei mi seguissero fin qui. Ho preferito farmi accompagnare da Mario, così mi darà una mano con la roba. Ci siamo spolpati circa settecentotrenta chilometri con la sua vecchia Ascona a gas, stracolma di pacchi, cartoni e valigie. Quattro dei sei cartoni contengono soltanto libri. Immagino già le bestemmie di Mario quando gli annuncerò che dobbiamo caricarceli in spalla e portarli fino al quarto piano. Abbiamo fatto il viaggio con i finestrini aperti. Non ne potevamo più con tutti gli odori di cibo che mia madre aveva messo nei pacchi e che si mescolavano tra loro. Tutta roba genuina della mia terra: formaggi, salumi, olio di oliva extravergine, pane, orecchiette e taralli. Con Mario ridiamo immaginando che faremo tutto fuori in una settimana. Il tempo che resterà con me a darmi una mano nella sistemazione della camera oltre che per l’iscrizione universitaria. Mario sa già come muoversi, dato che ha frequentato per un paio d’anni Giurisprudenza a Bari. Poi ha mollato perché non è riuscito a dare nemmeno un esame. Adesso lavora come operaio in una ditta ortofrutticola. Facciamo un giro esagerato per trovare Via Rialto. È a senso unico tra l’altro, e riusciamo a trovare parcheggio un po’ distanti dal portone. Prima di scendere dall’auto spiego al mio amico quello che ci attende: ottantasei scalini, compresi i cinque esterni. Li avevo contati la prima volta. Lui mi guarda in cagnesco. Intuisce che ormai l’ho incastrato e non può tirarsi indietro. Per farmi perdonare gli prometto una bella cena al ristorante cinese. Non ci siamo mai stati e la cosa sembra eccitarlo. «Per fortuna ho portato con me un libanese che è la fine del mondo!». La sua filosofia è tutta qui. Ma è un bravo ragazzo, in fondo, Mario. È il mio migliore amico. Con lui ho fumato la mia prima sigaretta a dodici anni e il primo spinello a quattordici. Indimenticabile è stato il viaggio che abbiamo fatto insieme ad Amsterdam l’anno scorso. Suggerisce di cominciare con i pacchi più pesanti. Adesso siamo più freschi e abbiamo più energie. Sarà come dice lui, ma io sono già distrutto dal viaggio in macchina. Così portiamo per primi gli scatoloni dei libri. Sono più pesanti di come immaginavo. Quando li abbiamo caricati dal primo piano in macchina non ce ne siamo resi conto. Dopo il secondo scatolone grondiamo di sudore. «Dai Mario, pensa al cinese di questa sera!» lo incoraggio. «Fanculo te e quei musi gialli!». Per fortuna ridiamo e la fatica scompare. Mentre trasporto il pacco contenente i cibi, preparato da mia madre con tanta cura, questo cede improvvisamente da sotto. Per le scale cominciano a rotolare pomodori, barattoli e scatolette, salami e pacchi di pasta. Un barattolo di melanzane sott’olio rotola fino ad una porta e si frantuma provocando un disastro unto sul tappeto di un inquilino. Arriva Mario da sopra, guarda la scena della catastrofe ed esplode in una risata che si espande in tutto il vano delle scale. Dal piano di sotto una vecchia impicciona si affaccia a guardare. «Non è successo nulla, grazie per il suo interessamento» le urlo. Quella fa una smorfia e si richiude in casa. «Ecco, brava, vai a metterti nella naftalina, nonna!» grido per la disperazione. Mario continua a ridere. «Dammi una mano piuttosto!» lo minaccio, ma sto ridendo pure io. «Dai Leo, pensa al cinese di questa sera!». «Fanculo, hai ragione» dico. Cerchiamo di pulire alla meglio e ricominciamo. Dopo due ore di sali e scendi, di fai attenzione, di non correre, di non spingere, alza di più, abbassa adesso, di dita schiacciate e bestemmie, finalmente l’Ascona è completamente vuota. Per la legge dell’entropia dei traslochi tutto quello che contiene un’auto o un furgone non scompare, ma si trasferisce, con grande spreco d’energia, in luoghi predestinati, case o cantine. Nel mio caso si è tutto materializzato in un unico spazio di quindici metri quadri. Sembra un magazzino da inventariare. Però mi gratifica l’idea di mettere un ordine prestabilito a tutto quel disordine. Mi fa sentire una specie di Dio. Avrò anch’io sei giorni per creare il mio Eden dove trascorrere i prossimi anni. Mario si siede su uno scatolone di libri e fa su. Gli dico di prestare attenzione alla babbuina che è contraria. Allora si apposta sulla porta e mentre prepara la canna fa pure il palo. «È da sballo qui» mi dice. «Posso venire a trovarti ogni tanto, per dormire mi arrangio anche per terra». «Qui non siamo al sud» gli faccio notare. «L’inverno fa un gran freddo. Certo che puoi venire a trovarmi, tutte le volte che vuoi, dormiremo nel mio letto». Subito dopo mi pento per averlo detto. Mario è alto un metro e novanta contro i miei centosessantasette centimetri. Dopo aver fumato siamo entrambi più rilassati. Mi guardo attorno e la situazione non mi sembra così drammatica adesso. Ho un sacco di cose da fare nei prossimi giorni: l’iscrizione in facoltà, devo prendere gli orari delle lezioni che dovrò frequentare. E sistemare la camera, ovviamente. Ho deciso che mi voglio ambientare in questa città sconosciuta. Voglio farmi un mucchio d’amici, voglio conoscere gente d’ogni tipo, frequentare posti da sballo. E mi hanno assicurato che a Bologna abbondano. Voglio fare nuove esperienze, crescere. E studiare soprattutto. Non posso deludere i miei genitori. Assorto in tutti questi pensieri, non mi accorgo che Mario ha fatto su un’altra volta e da mezz’ora mi sta tendendo lo spino. «Cazzo fai? Ancora?». «Dai Leo, sai che la prima ti distende i muscoli, la seconda è per il cervello». Anche questa bufala fa parte della sua filosofia. «Cazzate! Vado a farmi una doccia intanto. Poi ti lavi anche tu e usciamo, ok?». Annuisce col capo, ma dalle sue pupille dilatate capisco che si trova già nel Nirvana. Il ristorante cinese è stata una bell’esperienza. Abbiamo mangiato bene e pagato poco. Mario ha quasi svuotato la bottiglia di grappa che la ragazza ci ha portato alla fine della serata come omaggio della casa. Un solo bicchierino a testa, veramente. Alla cassa, rosso dalla vergogna, chiedo di pagare l’intera bottiglia. Il proprietario mi sorride gentilmente e mi dice di no, rimane in ogni caso un omaggio. Appena fuori Mario urla ubriaco e ringrazia a suo modo. Riesco a fatica a portarlo a casa. Nelle scale lo reggo con un braccio e con l’altra mano gli tappo la bocca. Non voglio rischiare di essere buttato fuori il primo giorno. Gettiamo i nostri indumenti ovunque. Poi stramazziamo sul letto. Mi addormento di colpo, per la stanchezza, il vino e il fumo. In piena notte mi sveglio con il quarantotto dei piedi di Mario in faccia. Sono contento di non essere da solo in questo momento. Mamma mia, domani si comincia!
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