Vincenzo Bonicelli della Vite |
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CRISALIDE |
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All’amico Roberto, ritrovato dopo tanti anni, che mi ha incoraggiato a non rinunciare a scrivere, quando tempo ed energie stavano esaurendosi per mancanza di stimoli e mi assaliva un senso d’inutilità in un percorso impegnativo e non remunerativo, difficile da continuare in un ambito soltanto passionale e solitario com’è quello della letteratura fatta per se stessi.
“Half of the time we’re gone and we don’t know where. and we don’t know where.” “La metà del tempo noi siamo andati e non sappiamo dove e non sappiamo dove.” (Simon and Garfunkel, The only living boy in New York, 1968) CAPITOLO IRidendo sotto la pioggia, la cinesina piccola e stupenda al suo fianco, Riccardo si rallegrava in cuor suo di non avere più una famiglia da mantenere. La separazione da Cathy era stata consensuale e molto dolorosa inizialmente: non si può immaginare che tempo, luoghi e corpi condivisi per tre anni interi siano stati solo una finzione o un gioco. Adesso finalmente poteva godere appieno della sua libertà, a divorzio felicemente concluso. I lunghi capelli nerissimi di Ellen, quella liscia chioma lucida che incorniciava perfettamente il suo viso delicato e imperscrutabilmente dolce di orientale, ora formavano una maschera appiccicosa e umida sulla pelle dell’ovale, dove i lineamenti risaltavano cesellati come in una fine, preziosa porcellana. Il nome inglese da lei stessa attribuitosi per poter far parte anche del mondo non cinese sembrava irridere la viva evidenza d’una presenza esotica e singolare, che univa alla perfezione pallida dei lineamenti l’esile e flessuosa corposità di antenati probabilmente appartenuti alla povertà endemica delle campagne cinesi. Riccardo, a quarantacinque anni, aveva sistemato già un po’ di cose nella sua vita: un matrimonio, una separazione con divorzio da una giovane americana del Maine, due figli, un maschio e una femmina di nove e sette anni rispettivamente, un lavoro che lo portava in giro per il mondo. L’esperienza della famiglia prima costruita poi parzialmente distrutta, unita alla solitudine come realtà accertata dell’esistenza quotidiana, lo portavano a nutrire dubbi sulle certezze delle persone intorno a lui, sui loro punti di riferimento per la continuità apparente che dimostravano al mondo. Probabilmente mentivano. Aveva conosciuto me e Marco (da lui chiamato Mark) a una partita di football americano a Bologna, quando Doves e Warriors, Colombe e Guerrieri, si contendevano oltre che il primato cittadino anche quello nazionale. Cathy conosceva uno dei giocatori americani della squadra e Ric la seguiva sempre alle partite. Per parte nostra, io e Marco c’eravamo progressivamente lasciati coinvolgere dal fascino fisico e sportivo di un verde campo di battaglia dove lo scontro tra uomini seguiva un preciso disegno strategico e tattico, dove la forza costante della preparazione atletica serviva alla volontà di raggiungere l’obiettivo, la necessità del sacrificio fisico era esaltata dal piacere del gioco e la lotta tra le due squadre assumeva i toni omerici di una competizione tra eroi contrapposti. Nel tempo Marco, Riccardo e io eravamo diventati grandi amici, mentre le Colombe scomparivano nel ricordo e i Guerrieri rimanevano l’unica squadra di Bologna. Cathy, anche lei, era stata divorata dal tempo andato, quasi che la sua unica funzione fosse stata quella di farci incontrare, di fungere da raccordo tra esperienze e persone una volta totalmente estranee e impercettibili e ora chiaramente legate da una comune sensibilità ambientale. Era rimasta la nostra amicizia come segno di un destino che dall’alto scrutava il panorama bolognese come un puzzle cangiante di elementi dalle forme diverse ma complementari. Io, Marco e Riccardo ci sentivamo per certi versi complementari, con Riccardo a colmare la nostra inesperienza di impulsivi irresponsabili e io a mettere in discussione l’approccio netto dei miei due amici agli aspetti più problematici del nostro vivere quotidiano, nel mio oscillare continuo tra verità contrastanti ma ugualmente sensibili. Marco, dal canto suo, bilanciava la dispersività quotidiana mia e di Riccardo con la sua fisicità votata all’azione. Riccardo era andato in Cina come inviato di una nota casa italiana produttrice di vini rossi, di cui era diventato solo recentemente rappresentante. Doveva aprire quel mercato cercando contatti locali sulla base di una precedente ricerca di marketing condotta da esperti, sull’onda del successo di alcuni produttori francesi. Avrebbe anche dovuto stabilire se e a quali condizioni fosse il caso di associarsi ad organizzazioni locali in una joint-venture. Così aveva conosciuto Ellen, che l’aveva attratto dentro la sua ragnatela fatta di dolcezza e sensualità sfrenata. Abituato alla egocentrica e stiracchiata passionalità occidentale, in cui il calore del corpo e del contatto subiva la dipendenza dalla fretta e dalla paura, Riccardo aveva dimenticato cosa fosse l’indipendenza del proprio io, possibile solo senza i timori del fraintendimento con l’altro vicino in quel momento, e quindi in un atteggiamento di totale sincerità verso il mondo. Il poco tempo disponibile per sé, da sfruttare al meglio ricercando serenità e silenzio quasi impossibili in presenza di altri, gli era stato avaro di passioni e sensazioni vere, facendolo rimanere lontano dalle risorse nascoste del suo essere vitale, e dalla possibilità di liberarle finalmente. Era rimasto imprigionato in un mondo virtuale e materialmente alieno, le cui immagini mostravano curve senza tempo, gobbe della mente senza i salutari raddrizzamenti dell’ego: così, cullandosi nell’eros di pieghe e curve prive della carne viva deteriorabile, alla sensibilità del tatto e all’emozionante percezione delle imperfezioni corporee del partner s’era sostituita la tecnologica perfezione di immagini per la masturbazione. Con Ellen era uscito dal tunnel. La pioggia ora bagna la sua testa e lui non se ne cura, invitato a non farlo dalla impudenza sensuale di lei. Corrono verso il super-market in cerca di riparo, più inzuppati di quello che i loro vestiti leggeri possano sopportare, ma sono allegri per il forte abbraccio dell’ambiente – istanti brevi, centimetri, gocce incessanti liquidi veloci e deformazioni visive: scomparsa, almeno ora, l’arida giornata di quotidiani scambi banali, ora non più forme mentali perse banalmente nell’intesa accessibile a tutti, purtroppo povera di verità soggettiva. Non ora e non più affermazioni e parole che lusingano il consenso facile dell’interlocutore, nessun commercio di senso, non qui la stanchezza di una storta, zoppa e traballante verità: il gioco dei sentimenti è veritiero. Le emozioni sono bagnate come i loro corpi, la vita scorre nella sua pienezza imprevista. Riccardo è felice e leggero: un sogno s’è avverato. Bologna è lontana come un film già visto troppe volte. Avvicinandosi al fornello, Marco pensò che amava veramen te farsi da mangiare. Il suo piatto preferito, da buon bolognese, erano le tagliatelle al ragù. S’era preparato un piatto niente male, che ora rimirava soddisfatto. Il fatto di avere conosciuto Valeria un mese prima sembrava aver comunque dato un nuovo senso alla sua vita. Sempre in giro per il mondo come manutentore di un’impresa di una nota ditta di macchine automatiche del bolognese, all’età di trentotto anni non s’era ancora sposato, pur avendo avuto molte esperienze occasionali e non, sia in Italia che all’estero. Forse era proprio quello il motivo del suo non essersi legato mai: quando trovava soddisfazione nel sesso spesso gli rimaneva un vuoto affettivo che pensava di riempire con una nuova avventura, una nuova emozione personale imprevedibile e per nulla scontata che al sesso potesse aggiungere qualcos’altro, ma poi il sesso diventava predominante nel richieder sempre novità che un legame sentimentale gli avrebbe negato. Ma, come un drogato, sentiva che non poteva continuare così, che disintossicarsi significava intrecciare una relazione più coinvolgente e ricca di significati, che la libertà di single non coincideva con leggerezza e spensieratezza nella sua vita. Tutto ciò aveva avuto termine quando aveva incontrato Valeria. Ora era lì con lui e non sapeva immaginarsi una vita senza di lei. «Marco, sono pronte le tagliatelle?». Valeria è apparsa sulla soglia della cucina, allegra e decisa, con voce squillante. «Dai Valeria, ci siamo quasi! Mi dai una mano ad apparecchiare? ». Il campanello che suona le impedisce di rispondere. Lei s’interrompe e va ad aprire. Bob. «Sei tu Bob, come va?». «Ok, bella. Sto benissimo. Ehi Marco, ci sei anche tu?». Bob guarda verso la cucina. Il suo accento inglese non è camuffabile. Marco compare con un cucchiaione da sugo in mano. I due amici si salutano, Bob si accomoda sul divano in sala preceduto da Valeria. Quando arriva Lula, un quarto d’ora dopo, la discussione sui viaggi di Marco è già diventata “cal da”. Bob sostiene che la gelosia non deve influire sulla libertà dell’uomo in generale, e del suo amico Marco in particolare, Valeria gli contesta la visione maschilista del problema: il ragionamento va bene solo se lo si applica anche alla donna pari pari. Valeria fa l’assistente universitaria di Antropologia culturale, è dinamica ed emancipata, gira il mondo anche lei con l’università per convegni e studi, sa di potere esprimersi efficacemente e con valide argomentazioni, ha dalla sua il tempo corrente della cultura occidentale, oltre al suo bagaglio culturale personale di esperienza e letture. In Marco ha trovato una persona aperta e dinamica come lei, non un collega o un amico, ma un vero partner sessuale e amoroso. I suoi amici però non sembrano come lui... Bob le guarda insistentemente le cosce, mentre lei discute, se n’accorge eccome e non le dispiace: sa di averle notevoli, i maschi la notano sempre, è chiaro, e lei le mostra generosamente senza curarsi più di tanto dei commenti che legge loro negli occhi, tanto sa che sono chiaramente positivi e vogliosi... e questo ci sta con la sua femminilità e la sua modernità elegante e disinvolta. Lula entra e s’accorge dello sguardo di Bob: che differenza fa? Anche lei guarda i bei maschi, è tutto nella regola. Una punta di gelosia c’è, ma conosce Bob da troppo poco tempo per poterla sfogare davanti a lui. Ne parleranno poi e comunque è solo una punta, niente di più. Conosce Valeria da più tempo di Bob, le vuole bene per la sua spontaneità e intelligenza, è andata con lei in vacanza in Sardegna, condividendo avventure, divertimenti e anche noia. Con lei non ci sono segreti e l’inganno non può emergere dall’assenza di ombre e di sotterfugi, visto il rapporto di ammirazione reciproca e di stima tra loro. Lula è prosperosa, un seno esagerato che colpisce subito lo sguardo maschile, il resto del corpo esile in contrasto con la massa del petto, un viso piccolo e irregolare per la proporzione tra naso e bocca, piccolo il primo grande la seconda, ma nell’insieme ha un aspetto che esprime grande sensualità e femminilità con gambe snelle, dritte e ben fatte, sedere piccolo e maliziosamente disegnato. Veste sportivo con jeans e magliette aderenti che ne mettono in risalto le forme piene. Non passa mai inosservata, cosa che sarebbe terribile per lei. Ama lo sguardo ammiratore. «Ehi, ci sono anch’io! Cosa mi sono persa?» fa mentre s’avvicina a Bob. Lui la guarda e sorride, è inglese mica può perdere la calma mentre si rilassa e diverte, ci mancherebbe, non è mica un pivello: nato da siciliani emigrati, non ci ha messo molto a perdere l’ingenuità e la vita la gusta appieno. È scaltro, flessuoso fisicamente e flessibile mentalmente, da buon istruttore di yoga è totale la sua capacità di scambiare ossigeno con l’ambiente respirando consapevolmente e scientificamente, il cervello percorso dal benessere indotto dall’afflusso sanguigno. Questo altera positivamente il suo modo d’essere, deformandolo prima nel calmo distacco dall’energia negativa. Poi si traduce in forza positiva come alle volte traspare dalla sua ironia verso i lati sgradevoli del presente. Così risponde tranquillamente a Lula: «Non ti sei persa niente. Il bello deve ancora arrivare!». Marco forse ha sentito tutto e si affaccia dalla cucina: «Sei splendida Lula» le dice, pensando così di renderla interessante tanto quanto la sua Valeria, troppo al centro dell’attenzione di Bob. «Ciao Marco, anche tu sei in forma». Valeria interviene: «Ehi andateci piano, sono gelosa!». Ma ride. Si ride, si apparecchia, si va a mangiare, le tagliatelle, il vino, l’acqua, il sugo, «che buono il sugo», «che buono il vino», «la carne è eccezionale, veramente eccezionale», «questo filetto cazzo che buono!». Il filetto... rosso, con il vino rosso, sangue con sangue, carne con carne. Attimi senza futuro: il tempo si ferma al momento giusto, l’immagine si dilata, lo stomaco si gonfia, si gonfia, tutto si gonfia, il mondo è gonfio, Bologna è sempre più grassa! Gli amici, proprio grandi gli amici Marco, Bob, Valeria, Lula: grosse tette, che tette Lula, che cosce Valeria, un mito... Evviva! Evviva! La carne è viva! Lo spirito ha raggiunto la vetta. Bologna è lì fuori, rosa al tramonto. Tutto è al posto giusto. Il gelato è servito. L’idea era venuta a Bob durante la cena, dopo il filetto e prima del gelato: sposarsi lo stesso giorno, ognuno per conto proprio, ma facendo poi un’unica serata tutti insieme in una villa in campagna nelle immediate vicinanze di Bologna. Mancava solo da stabilire il giorno. Lula e Valeria avevano dapprima pensato al solito scherzo tipico di Bob, poi s’erano rese conto che questa volta diceva sul serio. Bob Giscone, mezzo inglese e mezzo siciliano, era perfetto per scommesse insolite e scherzi pesanti, ma questa proposta ora divergeva dal suo stile standard: metteva in ballo la vita e le aspettative di quattro persone almeno, senza contare parenti e amici, stabilendo un nesso curioso e non convenzionale tra decisioni personali di grande rilievo, prese solitamente nell’intimità della coppia, e date di eventi irripetibili per ciascuno di loro, ma comunque da valutare attentamente in considerazione di convenienze spicciole e quotidiane, nonché di disponibilità economiche e temporali difficili da sintetizzare nell’arco di una cena. Marco Amendola, Valeria Martinelli e Lula Gubellin si guardano in faccia come se fosse la prima volta che s’incontrano. Che cazzo succede? Chi ha deciso che loro quattro si debbano incontrare, innamorare e sposare, in primo luogo? Perché tra il filetto e il gelato un’idea assurda attraversa la mente di uno di loro e nessuno si scandalizza ma ciascuno, quasi entusiasta tra sé e sé, approva silenzioso? Cos’è questa nuova energia che fluisce dentro... pervade i loro corpi incantandoli, gettandoli per un momento nell’illusione dell’immortalità? Pensare il matrimonio in contemporanea in questo momento strano e irragionevole è come risvegliarsi in una spiaggia deserta... nell’oblio trovi sulla risacca un messaggio nella bottiglia che il tempo ha voluto arrivasse solo nelle tue mani, perché tu solo hai la chiave per decifrare parole e fatti ormai sepolti nell’inconscio collettivo. Sei in un racconto di Poe, l’eco di una voce misteriosa ed eterna rimbalza dagli angoli bui e vertiginosi dei gorghi profondi che hanno inghiottito il corpo di un eroico naufrago: quando il suono emerge in superficie, si libera finalmente una volontà nascosta che la comunità dei viventi non riconosce. In quanto realtà nuova del tutto imprevedibile. CAPITOLO II
Riccardo si svegliò ancora fisicamente scosso dalle lacerazioni subite. Il labbro superiore e una parte della bocca, quella sinistra, s’erano prima spaccati e poi deformati, infine suturati da un’orribile cicatrice che gli rendevano il volto irriconoscibile per lo sfregio. La bellissima donna che gli sorrideva un momento prima, quando ancora il suo aspetto rivelava la presenza d’un corpo e un volto gradevoli, lo guardava ora con una smorfia di disgusto, scoppiando improvvisamente in una risata fragorosa di scherno davanti al mostro inoffensivo e spregevole, così simile a una macabra maschera uscita dal carnevale. Ci mise un po’ di tempo a capire che in realtà non era così, che non era sfregiato, che non era successo proprio niente. Quel po’ che ci mise a rendersene conto, quel lasso di tempo in cui il mutare della sua consapevolezza gli apriva gli occhi a una realtà molto più tranquillizzante e normale, nel suo distendere la logica del presente in forme più morbide e carezzevoli, sembrò togliere completamente forza e verità all’evidenza fantastica dell’incubo appena vissuto. Fissò lo sguardo sulla luce filtrante del mattino con sollievo. Era una bella giornata di sole e il bagliore che lo colpì tirando su la tapparella era quasi accecante. Si stirò cercando di sbarazzarsi del livido torpore notturno, sorpreso da una protuberanza che la sua mano sinistra aveva rivelato nel toccare il viso segnato dalla notte. Qualcosa di vero allora c’era nel suo sogno! Si palpò senza capire. Cercò di ricordarsi cos’era successo il giorno prima, quasi fosse passato un mese e la memoria dovesse compiere uno sforzo fuori dall’ordinario per focalizzare il corso degli avvenimenti. Era tornato due giorni prima, alle prime luci dell’alba, dalla Cina dopo un viaggio di quasi venti ore, includendo la sosta a Francoforte per il volo di connessione per Bologna e ancora portava addosso il disagio del ritorno e il peso delle nuove vecchie abitudini. Shanghai era ora solo un ricordo. Quella sera d’agosto il vento s’era scordato di noi, lasciandoci persi in un’afa senza rimedi. Io pensavo a come sarebbe stato bello, anziché a Bologna, trovarsi nella luminosa, festosa Oslo o nella favolosa e leggera Copenaghen, appena lasciate nel mio vagabondare per l’Europa. Lì, luce, aria e acqua avevano ridato corpo e anima alla mia ricerca perenne di un posto umano in cui risiedere, togliendo pesantezza e costrizione all’insensato lento procedere quotidiano. Anche solo per poco. Ora l’afa africana sembrava sottolineare la mia perdita di sensibilità verso il mondo e le sue infinite possibilità. Anche Riccardo, sempre in grande forma, s’era messo steso sulla panca con un ventilatore vicino alla testa a velocità massima. Pur essendo lui secco e robusto, senza ombra di grasso grazie al suo costante esercizio fisico, in una condizione fisica ideale quindi per poter sopportare la fatica dovuta al surriscaldamento ambientale senza un’eccessiva sudorazione, nonostante tutto ciò, ripeto, anche lui sembrava privo delle energie necessarie per scuotersi dal torpore e fare una qualunque cosa. Illudendomi di ricevere un po’ di fresco, io ero steso sul divano, che formava una “L” con la panca, la testa disperatamente protesa verso l’aria mossa dalla ventola rumorosa. Soffro il caldo particolarmente, a causa del mio fisico tarchiato e del peso in più che lo caratterizza. La mia forza psicologica non bastava a togliermi il fastidio della sudorazione eccessiva e a compensare il bisogno d’ossigeno e aria fresca cresciuto nascostamente ogni estate col superamento della prima giovinezza. Dovevamo scuoterci e agire. Subito. Io non avevo più voglia di stare fermo, leggere non poteva neanche aiutarmi in quel frangente, di aria da ventilazione ero saturo fino allo starnuto e al torcicollo. Da Oslo mi avevano appena chiamato per ricordarmi di un meeting con gli amici di là il prossimo mese: un incontro di boxe che non potevo assolutamente mancare: la Corona europea dei pesi massimi. Nello stesso meeting erano anche previsti degli incontri di kick-boxing, e uno dei nostri amici norvegesi, Lans, conosciuto per caso durante un viaggio, era un atleta in gara. In televisione, una “letterina” tutta tette occupava il video togliendoci ogni possibilità di zapping. Riccardo, sulla sua panca, provava a concentrarsi, credo inutilmente, su un testo dal titolo esemplare: L’invecchiamento del vino. M’immaginai anch’io vecchio e rosso scuro: la mia vita stava decantando come in una botte. Dovevo scuotermi, adesso o mai più. Salutai Riccardo e uscii di casa. Tornare a Oslo da solo fu molto piacevole. Ho sempre amato la boxe: corpi che si evitano e si cercano fino allo stremo delle forze, menti che perdono lucidità, ma vengono costrette dentro il metodo e la concentrazione, tecnica e potenza che si mescolano unendo talento naturale e allenamento costante: cosa c’è di più nobile della generosità totale di energie fisiche e morali? La violenza come generosità... alla faccia dei moralisti! È che il moralista non sa neanche cosa sia la generosità, lui ama il rispetto della regola, la mediocrità dei codici comuni, la saggezza dei limiti. Nega l’animalità dell’uomo, rifugiandosi così in una visione consolatrice e irreale dell’essere umano. Assistendo all’incontro di Lans contro un rumeno brutto, pelato e tatuato, soffrivo con lui ogni colpo inferto o ricevuto. Lena, alla mia destra, mi toccò una mano amichevolmente, forse per calmarmi. La guardai e lei mi disse: «Fai sempre così agli incontri di boxe?». «E a te piacciono?» le risposi ad alta voce spostando l’attenzione dal mio al suo atteggiamento. «Non lo so, non li vedo mai: questa è la prima volta». Per tutto l’incontro di kick-boxing e poi per quello di boxe per la Corona mondiale, me la trovai quasi appiccicata addosso. Lans vinse e anch’io con lui: Lena era più alta di me, ma questo non costituiva un problema per un contatto ravvicinato, anzi... le sue curve sopra di me, la sua bocca che mi risucchiava dall’alto, tutto era perfetto per un corretto accoppiamento. Afflusso immediato di sangue dove questo era richiesto, tensione pronta a esplodere, da controllare almeno per un po’... per fortuna ero ben allenato a sforzi fisici duraturi, perché se la boxe è uno sport generoso, il sesso non è sicuramente da meno e la violenza dell’orgasmo è unita sempre alla magia dell’incontro. Il riposo, dopo, è sempre appartenente a una dimensione altra da quella solita, più rarefatta ed eterea, come se, abbandonata finalmente la stretta instancabile del corpo, la mente sia finalmente libera di spaziare in cerca di nuova spiritualità, almeno per qualche attimo. Lasciai Oslo il giorno dopo, senza rimpianti, soddisfatto delle emozioni provate. Il mio ritorno a Bologna fu relativamente tranquillo, turbato solo da una lieve turbolenza che fece sussultare il vassoio con le bevande e il cibo e tirare qualche accidenti a qualcuno incapace di controllarsi. L’atterraggio fu invece morbido e stranamente privo degli eccessi della frenata. La zona del centro mi accolse come una città riscoperta dopo l’abbandono dei suoi abitanti: desertica, desolata e spoglia e con pellegrini che si aggiravano in cerca della Mecca, come se le Due Torri fossero state appena abbattute. Pensai: Bologna come New York? Ma allora mancava qualcosa nel quadro: macerie, pompieri, polizia, Guardia nazionale. Forse lo stato di allarme era già passato... prima ancora che io iniziassi a vaneggiare tra le allucinazioni nette del ritorno, che sempre mi prendevano dopo la sospensione nei cieli. La gola incantata che abbracciava l’aeroporto di Oslo nella magia d’una lingua di terra scura e sorridente nel mezzo di una seria e limpidissima striscia di mare era scomparsa, ormai frutto del ricordo: ora rimaneva quasi un torpore estivo che lasciava presagire che i soldi si sarebbero sostituiti alla passione come interesse primario. Il destino di noi tutti, uomini e donne senza distinzione, sembra soccombere alle necessità economiche, le rate da pagare e le bocche da sfamare, i progetti da realizzare e le comodità da mantenere o aumentare, punti di riferimento condivisi. Nel “fuori programma” rimangono la fantasia, la mistica del sentimento: ci sfuggono finché non ci accorgiamo che noi siamo vittime mortali, che il nostro tempo, il presente e il passato sono memoria vivente, carne e sangue in cui le sensazioni del vivere sono inseparabili dal valore dei nomi propri, che la lira e l’euro sono solo simboli senz’anima propria, a differenza delle persone. La realtà della città in agosto m’ingoia, senza più anima né corpo, ma l’illusione supera ancora la realtà... io debbo e posso sopravvivere, naufrago aggrappato alle certezze del passato, perso e solo nel ventre della balena arenata sul terreno arido senza più energie. Amaro, ma più solido e consistente di ogni altra cosa, si presenta il mondo inesauribile, quello dei ricordi, dei rimpianti impossibili appartenenti ad una sola epoca, non solo della mia vita, ma del tempo universale dell’uomo, quello in cui il respiro dello spirito non cessa mai, non si deforma né si trasforma. Ma è solo dentro di me questo flusso di immagini di un altro spazio-tempo con altri riferimenti psicologici, o è qualcosa al di fuori, l’indolenza d’una estate bolognese irriconoscibile, che si specchia in me e di cui io subisco intero il fascino, spettatore allibito della trasformazione della mia città senza un tempo capace di misurarla? I nomi propri dei miei ex compagni di scuola mi si affacciano alla mente: cammino per via Santo Stefano vuota e anonima, quasi a ripopolare la Bologna che mi si presenta agli occhi, con i suoi portici pieni di biciclette, i suoi negozi chiusi e i saldi già finiti, la scuola parificata e il Liceo scientifico che chiudono il passo al passato scolastico con i loro portoni massicci muti e solitari. Siamo in agosto, ci sono solo i ricordi... Essere da solo in fondo non è male, rifletto camminando sotto i portici vuoti: tutto il tempo è per te, le tue attività e i tuoi pensieri, la tua libertà è vastissima, corri il pericolo di sprecarla in sforzi inutili, ma questo è estensione del tuo io, possibilità anomala di fare esperienza ritrovando il presente. Tanto il tempo c’è e sei ancora vivo. Non m’aspettavo la visita di Lena così presto. Sono stato a Oslo solo un mese fa e l’SMS che mi chiedeva se posso andarla a prendere all’aeroporto Marconi mi ha sorpreso non poco. Adesso, rivedendola, capisco perché sono stato così bene a Oslo: è splendida col suo visino incorniciato dai capelli lunghi biondi, i pantaloni a vita bassa bianchi e la tshirt nera che la fascia con leggerezza impertinente, mettendo in risalto le curve piene e compatte. Ma non è solo un fatto fisico, a ben vedere. C’è in lei qualcosa che sembra togliere drammaticità alle cose, dando risalto all’aspetto più frivolo e giocoso della vita di ogni giorno, forse dovuto allo sguardo limpido degli occhi azzurri senza né borse né occhiaie, e ai movimenti felpati che lasciano supporre all’esercizio in qualche sport leggero e artistico (pattinaggio sul ghiaccio? Danza?). Tutto di lei, è comunque in netto contrasto con la robustezza pesante del mio corpo e questo è un fatto importante. Sono a un punto della mia vita in cui conta più la leggerezza della bellezza, forse perché la morte non mi sembra più una cosa così lontana. La leggerezza è vita in movimento, la bellezza solo una sua espressione parziale e conturbante. «Andiamo, Max? A cosa stai pensando, che guardi altrove? ». «Sei troppo bella, perciò guardo altrove! Mi debbo sottrarre al tuo fascino, giusto?». «Dai, smettila, non fare lo sciocco». È visibilmente compiaciuta quando arriviamo nel mio monolocale iper-moderno per gusto ed essenzialità. I complimenti fanno sempre piacere, specie se sentiti. Riproduzioni di Miró e di Le Printemps di Max Ernst dominano il letto su cui facciamo sesso. Che bello! Per Lena, Bologna era una bella città, piena di vita, rumori e luci, gente indaffarata anche se spesso indifferente, bei negozi e supermercati, parchi e cinematografi, colline e ristoranti. Forse perché influenzata dalla mia spinta emotiva e fisica, in cui si mescolavano sempre la considerazione per un futuro incerto e quindi necessariamente da affrontare subito, in anticipo, con spirito battagliero, e l’amore per il passato e le sue certezze adolescenziali, che ci sono aldilà del mito sbagliato dell’adolescenza come fase di passaggio e di formazione che vorrebbe ridurla a un tempo scomodo della nostra esistenza: per tutto questo Lena sentiva che il mio atteggiamento verso la città e le sue prospettive di sviluppo era profondamente diverso dal suo. Infatti, io non collocavo Bologna tra le città più godibili per una persona che ami vivere, piuttosto considerandola come il guscio in cui gli amici, i miei genitori, mio fratello Paolo, i miei vecchi e nuovi compagni di gioco avevano dato un volto noto e notevole ai movimenti vitali del mio corpo, quasi un’identità di completamento alla mia propria che non poteva accontentarsi dell’isolamento nei suoi pensieri più nascosti, ma doveva manifestarsi in azioni e corpi ben visibili al mondo, in forme e modi senza maschera, soggetti all’invecchiamento più che alla maturazione: non definitivi se non nella memoria, tanto più affascinanti quanto più passeggeri e definiti a tinte nette nella vivida freschezza degli anni più giovani. Quel tempo con le sue certezze adolescenziali era finito, ma il gioco in città sembrava non volere mai terminare, quei volti, quei luoghi e quell’ardore non potevano essere cancellati dal tempo, seppure scomparsi alla vista e agli altri sensi o traslocati chissà dove dal mutare delle cose, il tempo li aveva cancellati solo nella loro esteriorità conservandoli nel rimpianto di ciò che doveva essere salvato dalla trasformazione, ma invece era svanito nella deformazione universale della materia vivente. Anche il guscio, la Bologna coi tram e senza strisce blu, aveva cambiato identità e traslocato sempre più verso la campagna, inghiottendola avidamente, congiungendo Bologna a San Lazzaro e Santo Stefano a San Ruffillo, Carducci nella sua piazza isolato da Dante nel viale contiguo con l’accesso sbarrato, la sincerità dei nomi, che la definivano nella sua vecchia faccia piena di storia, inglobata dentro la falsità evidente del suo malcelato benessere anonimo, uno schema digitale dove santi e poeti centrali e storici perdono senso al computer cedendolo a ruvidi viali di scorrimento di massa, congrui a identità incerte: non più strade e vicoli familiari che portano sempre alla scuola, al campo giochi, al campetto di basket o a quello di calcio, dove gli amici ti aspettano o forse no, ma tu vuoi esserci comunque, anzi a maggior ragione se potrebbero fare a meno di te. La bicicletta bastava per muoversi e arrivare dove volevi senza pericolo per la tua incolumità, il tempo bastava a fare tutto e a non perdere niente d’importante, volevi esserci anche tu e ci riuscivi sempre, salvo alle festicciole dove non eri invitato e ci dovevano essere le ragazze più belle, quelle che sognavi. Ora l’esclusione non ti viene dagli altri, ma dalla vita modificata: solo movimenti essenziali per non rimanere incastrati nel traffico, percorsi alterati e obbligati per non violare le regole urbane di limitazione di tutto ciò che si muove. Ma proprio tutto. Ma il caos è aumentato, non diminuito, la libertà è nascosta nella promiscuità, non più evidente nell’incontro a tu per tu, in quello bisogna continuare a fingere perché il tempo per la sincerità è troppo poco. Il gioco ha cambiato forma, le persone non sono più certezze ma ipotesi, gli amici non eterni ma passeggeri, i fatti aleatori perché tutto si trasforma più velocemente del ricordo, tranne il caso, la fortuna o la sfortuna, quelli sono indipendenti. Tutto questo Lena non poteva saperlo, ma sentiva l’inquietudine che mi assaliva parlando della mia città, mentre rivelavo dal mio sguardo il tradimento che essa aveva attuato nei miei confronti.
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