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Osteria delle donzelle



Orianna Ramunno

Orianna Ramunno

Orianna Ramunno Il locale di Juan

Il locale di Juan

I Fiori di Campo

Collana I Papaveri
Formato: 14x20.5
Pagine 68
€ 7.25
Autore: Oriana Ramunno

ISBN 88-7350-063-3

Il mio motto: Fare della carta il palcoscenico di vite e sogni.

libro pdf Scarica alcuni capitoli tratti dal libro

 

Il locale di Juan

       Ti starai chiedendo com’era allora il locale di Juan.

Era esattamente come adesso. Con gli stessi anziani seduti sotto il sole di pomeriggio, al piccolo tavolo fuori la porta. Maria appoggiata alla vetrata e Juan che batte le mani nodose e scure sul suo tamburo.
Il ricordo più bello che ho di Juan in quegli anni è il suo volto sorridente e gentile, la camminata ciondolante con la quale girava fra i tavoli, la camicia che profumava di mare.

Juan è ancora così.

 

CAPITOLO I

Ero arrivata all’Avana nel luglio del 1956.
Allora avevo diciotto anni.
Quando sbarcai all’Avana, mentre scendevo le scalette di ferro della piccola imbarcazione, mentre un ufficiale di polizia ci metteva in fila e un altro controllava i nostri documenti, solo allora mi resi conto che davvero avevo preso quella nave e che ero completamente sola in un paese che non conoscevo. Quando arrivò il mio turno, l’ufficiale aprì la valigia e vi rovistò dentro. Un vestito consumato, una gonna, dei soldi avvolti in un vecchio pezzo di stoffa, alcune foto di famiglia.
“Tutto in regola.” disse dopo aver controllato anche i documenti. Presi la mia piccola, logora valigia e mi avviai. Il porto era pieno di yacht. Alcuni piccoli, altri molto grandi. Tutti di legno lucido e levigato. Tutti nuovi. Non come la mia valigia. Mi diressi verso il centro della città, sperando di trovare un qualsiasi alloggio provvisorio. Camminavo tra i quartieri sbriciolati, gettando un’occhiata ai panni stesi sui balconi ad asciugare nell’aria intrisa di salsedine, agli interni delle case colorate con la loro mobilia antica, alle immagini di Martì, l’eroe nazionale, appese ai muri.
Quando arrivai in Plaza Vieja, una bambina vedendomi passare si alzò dal gradino su cui era seduta e mi venne incontro. Aveva due occhi neri come la notte, due biglie d’alabastro. Mi corse incontro, con il viso sporco, un vestito che le stava addosso come un sacco e il sorriso in cui mancavano due denti. Con le sue manine scure mi diede un cappello di paglia mal ridotto e scappò via. Presi il cappello. Lo odorai. Aveva l’odore di quella terra, il sapore del sale.

Imparerai anche tu a riconoscere quest’odore.

Misi in testa il cappello. Dai fori della paglia s’intravedeva la luce del sole, che con i suoi minuscoli raggi mi riscaldava le palpebre degli occhi. Restai così per un pò, a guardare i raggi che filtravano dal cappello, ad assaporare quel leggero tepore e a fare un conto di ciò che sarebbe stata la mia vita. Non che potessi fare dei conti precisi. In effetti ero partita senza una meta, senza uno scopo, senza sapere dove andare. Eppure quell’incertezza sul mio futuro, almeno in quel momento, non mi spaventava.

Il Viejo Cubano mi colpì fin dall’inizio. Il suo muro esterno bianco e mal ridotto, le persiane turchesi, l’insegna vecchia, la vetrata da cui s’intravedevano l’interno di legno e le pareti gialle. Ero rimasta davanti l’entrata, sotto il sole di un afoso primo pomeriggio cubano, a guardarmi intorno. Quando entrai nel locale, ebbi la sensazione che quel luogo mi fosse familiare. Ancora adesso non so spiegare quella strana sensazione. Era come se una parte di me avesse già deciso che quella sarebbe stata la mia casa.
Mi sedetti sullo sgabello di legno e cominciai a guardarmi intorno. Gli scaffali dietro il bancone erano pieni di bottiglie di rum e altri liquori. Sul muro erano attaccate vecchie immagini di Martì, alcuni ritagli di giornale e una piccola immagine della Madonna di Guadalupe. Nel guardarla abbozzai un frettoloso segno della croce. In un angolo della stanza, appoggiati sul pavimento di terracotta, c’erano dei bongos con la loro pelle consumata e delle vecchie chitarre. Dalla cucina, separata dal locale da una tenda di lino azzurra un po’ sgualcita ai bordi, arrivava un odore invitante.
Appeso alla parete vidi uno specchio. Aveva la cornice di legno scuro intagliata. Mi avvicinai. Guardai le mie guance color cannella, gli occhi neri, i capelli lunghi e ondulati.  Tutto in me ricordava il volto di mia madre. Sorrisi e si formarono delle fossette, proprio come accadeva a lei.

Ricordo ancora quando sorrideva. Era bellissima. Peccato che tu non possa conoscerla.

“In cosa posso esserle utile?”
 Avevo udito chiaramente queste parole, ma non riuscivo a rispondere. La donna che aveva parlato mi fissava da dietro il bancone, con le sue guance piene, ma io non riuscivo a rispondere. Sentivo la testa che mi girava. L’odore invitante di prima ora mi nauseava. Vedevo le bottiglie di rum e gli altri oggetti dietro il bancone sfumare pian piano.
Ero svenuta.
 Non so bene cosa sia successo dopo. Ricordo solo che quando mi ripresi ero in un letto, con la stessa donna dalle guance piene e la pelle color dell’ambra che mi guardava con gli occhi spaventati e insieme sollevati. Sulle pareti giallo ocra della stanza erano appesi numerosi quadri dalla cornice di legno scuro e logoro, in cui predominavano i colori rosso, terra e giallo ocra. Ricordo perfettamente la sensazione di fastidio che mi diedero quei colori così forti. Sotto uno dei quadri, al lato della finestra, era stato allestito una sorta di altarino pieno di oggetti colorati e foto di santi.
La signora mi porse un bicchiere d’acqua, poi disse - Ecco, beva! Deve essere stato il caldo. Come sta ora?-
Continuavo a non rispondere. Nel frattempo mi accarezzavo la pancia, con lo sguardo fisso sulle stampe del vestito, uno dei pochi ricordi che mia madre mi aveva lasciato alla sua morte.
“Lei non è di qui, vero?” chiese la donna dando un’occhiata alla mia piccola valigia.
            Sorseggiai l’acqua e scossi la testa.
No, non ero di lì. Io ero messicana. Un pomeriggio mentre passeggiavo per il porto avevo visto un’imbarcazione diretta a Cuba. Il giorno dopo ero tornata al porto con la mia valigia e i soldi per il biglietto. Avevo salito gli scalini di ferro della piccola nave uno dopo l’altro, lentamente. Dalla scaletta mi ero voltata indietro a guardare per l’ultima volta la mia terra. La lasciavo per un viaggio che non sapevo come sarebbe terminato. Ma andavo via per un motivo preciso. C’era in me una piccola vita che cresceva giorno dopo giorno e che meritava di avere qualcosa di più di ciò che avevo avuto io. Ero andata via dal mio piccolo paese perché non crescesse sotto gli sguardi malvagi della gente, nel rimpianto di un padre che non sarebbe mai tornato. Era l’unica cosa vera, pura e importante che mi fosse capitata nella vita. Mentre salivo lentamente quelle scale, gradino dopo gradino, ero certa di una cosa. Amavo già quel piccolo bambino. E tanto bastava a darmi il coraggio per iniziare quel viaggio.

Quel piccolo bambino eri tu.

Maria era stata ad ascoltare la mia storia, con i suoi occhi grandi che ogni tanto si inumidivano.
“Non ti preoccupare! Noi non ti lasceremo sola e vedrai quando lo saprà Juan! Puoi restare qui, per il momento.”
Così fu deciso. Sarei rimasta a lavorare nel locale e in cambio avrei avuto vitto e alloggio. Per il resto della giornata rimasi a letto, costantemente controllata da quella donna che si prodigava affinché non mi mancasse nulla. Maria era una donna ancora piacente, nonostante l’età. Aveva dei grandi fianchi e delle grandi braccia con cui sapeva abbracciare bene. Mi stringeva sempre forte ed era un abbraccio rassicurante, materno.
Quel giorno conobbi anche Juan. Mi accorsi subito che era quel tipo di persona sempre allegra e disponibile, che si era costruito una pelle così forte e dura da poter reagire a qualunque situazione senza perdere il buon umore. Così ci si poteva aspettare da lui momenti di ira, di sconforto, sapendo però che questo non sarebbe durato più di qualche minuto, dopo il quale avrebbe ripreso a sorridere come sempre.

CAPITOLO II

Cominciai a lavorare il giorno dopo. Mi accorsi solo al mattino di quanto fosse viva quella città, che nelle prime ore del pomeriggio si lasciava andare al torpore pomeridiano. Davanti al locale, nel cuore dell’Avana vecchia, era un andirivieni di gente, di donne che schiamazzavano, di ragazzini a piedi nudi che correvano.
“E’ Cuba, bambina mia! E’ vita!” disse Juan ridendo e attraversando il locale con degli enormi scatoloni. Mi accorsi che quando sorrideva gli si formavano, sul volto già segnato dalle rughe, delle piccole fossette. Proprio come accadeva a me e a mia madre.
“Questo è il miglior rum dell’isola! Lo hanno appena portato mio figlio e sua moglie!” disse con soddisfazione. Tirò fuori dai cartoni delle bottiglie lucenti, perfette e morbide nella loro forma. Ne guardò le sfumature ambrate attraverso la luce, poi le posizionò sugli scaffali dietro il bancone.
     Fernandez e Rocìo entrarono in locanda seguiti dalle loro due bambine, che corsero a baciare Juan. Dopo essergli saltate addosso, presero a tirargli la barba bianca con le loro piccole mani, mentre lui rideva e sopportava quella dolce tortura. Per un attimo capii perché quel locale fosse così importante per Juan. Era il luogo in cui s’incrociavano una moltitudine di vite, di storie, di destini. Lì avevano vissuto, amato, gioito e sofferto suo nonno, suo padre, lui, i suoi figli. E lì avrebbero vissuto, amato, gioito e sofferto anche i suoi nipoti. Quante storie aveva sentito da dietro quel bancone. Quante vite erano entrate a far parte della sua vita in quelle poche ore di sfogo davanti ad un bicchiere di rum. Quel locale era storia.
“Juan e Maria sono delle persone eccezionali, non è vero?” mi chiese Rocìo quando fummo in disparte. Annuii con il capo. Li conoscevo da un solo giorno, ma era già abbastanza per capire che era così.
“E il padre?… Maria mi ha raccontato, sai…” riprese Rocìo dopo un attimo di silenzio.
Non risposi. Era sempre imbarazzante sostenere quello sguardo. Lo sguardo di chi vuol sapere. Lo sguardo curioso di chi vorrebbe che gli raccontassi tutto di quello sbaglio, di quella macchia della quale ti sei sporcata. Uno sguardo compassionevole, che però tradisce la natura umana, di per sé curiosa.
“Scusa… forse non ti va di…”
“No, non ti preoccupare…” risposi asciugando alcuni bicchieri che stavo lavando. “Lui è andato via, non so dove. Il bambino non lo vuole.” Terminai in fretta per non mandare avanti quella discussione. Rocìo si dondolò un poco sullo sgabello. Diede uno sguardo a Juan ancora indaffarato con le bottiglie di rum e gli sorrise.
“Lo crescerai da sola? Intendo, senza i tuoi genitori?” incalzò.
“I miei genitori non ci sono più…” risposi.
Rocìo rimase un po’ in silenzio. Forse capì di aver toccato argomenti troppo delicati. Di aver esagerato. Sorrise per far scivolare la tensione.
Finii di asciugare i bicchieri e andai a dare una mano a Juan e a suo figlio. Fernandez era il primogenito. Dava l’impressione di un uomo d’affari, con il suo sigaro sempre nella tasca della camicia di lino e il suo fare spigliato. Ma non era affatto un uomo d’affari. Era un uomo semplice, come Juan. Aveva sempre un sigaro a portata di mano perché, venni a sapere dopo, era operaio alla fabbrica di sigari Partaga.
“Non ti preoccupare per oggi, bambina. Non c’è molto da lavorare.” mi disse Juan “Tu e Rocìo potreste approfittarne per fare un giro in città, c’è tanto da vedere! Su, su, andate!”
Rocìo mi sorrise e mi prese per mano. Decisi di perdonare la sua invadenza di prima e insieme uscimmo dal locale, in una bella giornata d’estate cubana.
La zona dell’Avana vecchia in cui si trovava il Viejo Cubano era piena di bancarelle, di gente che si affollava intorno ad un venditore di frutta, di bambini che correvano schiamazzando. Sugli orli della strada, seduti sul marciapiede, alcuni anziani signori stavano costruendo dei cesti di paglia. Le loro mani si muovevano veloci nell’intreccio.
   Io e Rocìo arrivammo in calle Obispo, dove proprio all’incrocio con Calle Mercaderes si trovava l’Hotel Ambos Mundos. Mi fermai a guardare quella struttura dai muri puliti, lisci. Le case intorno, scalcinate, sporche, i marciapiedi rotti, stonavano con quell’oasi di ricchezza da cui ogni tanto usciva qualche ricco turista.
Ci fermammo sotto la più antica casa dell’Avana, con le sue pareti bianche e blu e gli eleganti balconi di legno tornito ormai scoloriti dal tempo. L’Avana vecchia era in uno stato di logoramento estremo. Su ogni casa pesavano i segni del tempo, ai lati delle strade piene di fossi erano accantonati mucchi di spazzatura e alcuni muri erano completamente sbriciolati. L’Avana nuova, invece, portava i segni della modernità, ornata di palazzi e monumenti di chiara impronta americana ed era frequentata dalla Cuba ricca e dagli stranieri. Eppure la vera anima della città era l’Avana vecchia: le case rattoppate riuscivano a trasmettere ancora il loro antico splendore e il loro fascino. Avevo l’impressione che i suoni, gli odori così forti e i colori così accesi di quella città e della sua gente mi stordissero come una droga, al punto da farmi dimenticare il mondo intero e credere che quella fosse la sola isola della terra, la sola in mezzo ad un oceano immenso. Mi sentivo come se quell’aria fosse l’unica che i miei polmoni potessero respirare.

Ancora oggi ho questa sensazione.

“L’Avana vecchia è stata fondata qui, all’ombra di un antico albero di ceiba” disse Rocìo quando fummo arrivate in Plaza de Armas. Ci trovavamo proprio sotto la statua di Carlos Manuel de Céspedes, verso la quale convergevano dei viali costeggiati da ceibe e palme reali e punteggiati da alcune fontane. Alcuni bambini si stavano divertendo a salire sulle enormi campane sotto i portici. Da lontano arrivava la melodia allegra di alcuni suonatori di rumba.
Costeggiando il Palacio de los Capitanos Generales sbucammo in via O’ Reilly e arrivammo in Plaza de la Catedral, brulicante di gente e di una moltitudine di colori sotto il sole di mezzogiorno. Un bambino ci passò davanti ridendo, la madre lo seguiva poco dietro gridandogli di fermarsi. Un gruppo di anziani era seduto a un tavolino a giocare a dama, sull’uscio di un bar, e rideva fragorosamente. Più in là un uomo stava facendo la barba di un signore anziano, seduto su una cassettina di legno, e ogni tanto si fermava per parlare con quei signori.
“Io e Fernandez ci siamo conosciuti qui, sulla scalinata della cattedrale” disse Rocìo. Guardò le scale di marmo logoro della Cattedrale di San Cristobal. I suoi occhi si riempirono in un attimo di nostalgia.
“Ero qui con i miei genitori a trovare dei parenti. Noi siamo di Santiago. Poi ho conosciuto Fernandez e mi sono trasferita.”
“Ti manca la tua città?” le chiesi.
“Un po’… e a te?”
“Un po’… Ma l’Avana è molto bella. E’ così povera eppure ispira così tanta voglia di vivere, ridere e divertirsi…”
Con i nostri vestiti colorati mossi dal vento, continuammo a camminare in mezzo a quella gente che portava i segni di una fusione mirabile di razze. Anche nei tipi più pallidi si riconosceva un fondo indio. Anche in Rocìo si vedeva chiara la presenza di antenati ispanici.
Imboccammo una strada interna e passammo davanti a una panetteria da cui arrivava un buon odore di pane fresco. All’esterno era un tripudio di colori: la facciata era dipinta di azzurro, verde e giallo e un enorme murale raffigurava la gente di Cuba durante la mietitura. Eccitata da tutti quei colori, spinsi Rocìo nella panetteria. Ne uscimmo con del pane caldo e dei biscotti. La proprietaria, un’amabile signora di mezza età, grossa di costituzione, con un turbante avvolto in testa che la rendeva ancora più imponente, ci salutò soddisfatta.
Percorremmo Avenue Carlos M. de Cespedes costeggiando il porto.  L’aria era impregnata di salsedine. Il rumore dell’acqua che passava per il canale davvero rilassante.
“Juan sembra innamorato del suo locale…” dissi mentre prendevamo la strada per il ritorno. Addentai l’ultimo biscotto e appallottolai la busta di carta che lo conteneva.
“Per lui è un posto speciale. Pensa che il Viejo Cubano è appartenuto sia a suo nonno che a suo padre. Juan e Maria si sono conosciuti  lì. Poi sono nati Fernandez e Ramon. Insomma, è tutta la loro vita…”
“Chi è Ramόn?”
“E’ il figlio di Juan…”
“Non era in casa oggi…” dissi cercando di ricordare se mai avessi visto qualcun altro quel mattino. Intanto la mia attenzione era stata catturata da un enorme cartellone pubblicitario della Coca Cola con l’immagine della bottiglietta lucente. Sembrava avere le forme del corpo di una donna.
“Non è a Cuba. Ramón è in America. Ci va qualche volta durante l’anno perché ci sono dei corsi sull’architettura. Juan ha sempre fatto di tutto per mantenere i suoi studi, anche a costo di enormi sacrifici. Ramón è uno dei pochi fortunati ad aver potuto studiare. La maggior parte della gente è analfabeta perché non ha soldi per pagarsi gli studi e deve pensare a lavorare…” disse Rocìo frugando nel sacchetto che aveva in mano. Prese un pezzetto di pane e lo addentò.

“Ora, però, anche Ramón non può più studiare.” continuò dopo aver finito di masticare il suo boccone “Quattro anni fa Batista ha fatto chiudere le università perché c’erano stati dei movimenti studenteschi. Ad ogni modo, Ramón è rimasto in buoni rapporti con un suo professore, una figura abbastanza in vista sia qui che a New York e così riesce ad avere il permesso per uscire da Cuba. Credo che sarà di ritorno a breve.”

 

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