CAPITOLO I
Gli studenti del secondo anno della facoltà di chimica stavano
attendendo l’arrivo del professore nel laboratorio appositamente
preparato dall’insegnate, il quale credeva talmente
tanto nelle sue lezioni da voler preparare tutto l’occorrente di
persona, al contrario di molti altri che avevano un aiutante.
Il più grande sogno di Dario era quello di suonare; custodiva
questo sogno dall’infanzia, da quando il padre gli aveva
regalato una piccola chitarra giocattolo non aveva fatto altro
che suonare, suonare, fino al calar del sole. Dopo qualche settimana
il genitore cominciò a pensare di aver fatto un errore
con quel regalo; lui e la moglie cominciarono ad averne abbastanza
di questo suo interesse che sembrava essere diventato
una mania e non volevano che lui perdesse tempo dietro a
quel pezzo di plastica: secondo loro non sarebbe mai riuscito
a combinare qualcosa di buono nella vita. Gli dicevano che
era un perditempo, un buono a nulla, e che avrebbe dovuto
seguire i loro consigli e interessarsi ad altro: «La musica non
porta soldi! Solo illusioni di pseudo - artisti!», erano soliti dire.
Ma Dario non ci stava, avrebbe continuato a coltivare questa
sua passione che lo portava lontano da tutti i suoi problemi
familiari, lo faceva sognare e viaggiare con la mente in un
mondo tutto suo che presto si sarebbe trasformato in qualcosa
di concreto.
Il professore entrò in laboratorio.
«Scusate il ritardo signori, ma sono stato trattenuto da impegni
alquanto importanti!».
Giada, la migliore amica di Dario, non aveva mai creduto
alle parole dell’insegnante; secondo lei nascondeva qualcosa,
ma prima di dirlo apertamente, preferiva esserne certa. E lo
sarebbe stata.
«Oggi vedremo come le molecole dei reagenti che si urtano
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con collisioni efficaci interagendo tra loro in una reazione,
passano in un tempo infinitesimo attraverso uno stato di transizione
rappresentato da un aggregato atomico che si trasforma
poi rapidamente nei prodotti della reazione...».
Dario non ne poteva più di quelle lezioni: i suoi genitori lo
avevano obbligato a frequentare quella facoltà che ha sempre
sopportato come si sopporta il mal di denti.
Il ragazzo prese il suo libro e si alzò in piedi; si diresse verso
la porta sotto lo sguardo interrogativo di Giada. Uscì e si
fermò nel corridoio, dove non c’era anima viva; sbatté i pugni
sul muro emettendo un urlo di lamento che si impegnò a soffocare
subito dopo.
«Basta! Non ne posso più!».
E si allontanò dalla struttura.
Terminata la lezione, gli studenti uscirono dall’aula e tornarono
ai loro mezzi; era stata una dura giornata e da qualche
ora il cielo era diventato paurosamente scuro, coperto da nuvole
cariche di pioggia, trasportate da un vento molto forte e
gelido che ancora continuava a soffiare. Uno studente si vide
tutti i libri e i fogli volare e nell’atto di raccoglierli cominciò
a diluviare. Giada, anche lei fuori con le sue amiche, guardò
nella borsa che portava sempre a tracolla.
«Oh, no!».
Tania, la sua migliore amica, si voltò sorridendo.
«Che hai dimenticato questa volta, Giada?».
«Voi andate pure, devo aver lasciato un libro in aula! Ci vediamo
nel pomeriggio!».
La ragazza entrò per l’ingresso principale e corse verso il
laboratorio di chimica; i lunghi, silenziosi e bui corridoi fecero
quasi paura ai suoi occhi, e gli unici rumori che sentì furono
quelli della pioggia che con forza batteva sul tetto della
struttura e del vento che sbatteva i vetri e le porte dal piano
superiore. Ad un certo punto udì un altro suono, come un
lamento in lontananza. Rallentò, dirigendosi verso l’origine di
quel rumore, e si accorse che veniva proprio dal laboratorio;
accostò alla porta e origliò. Le venne in mente quando da pic11
cola la madre la sgridava in continuazione mentre ascoltava,
appoggiando l’orecchio ad una porta, i discorsi che la donna
faceva con il marito nella stanza contigua.
Le parole dall’aula cominciarono a farsi comprensibili: era il
professore che parlava, ma non c’era un interlocutore. “Sicuramente
è al telefono”, pensò Giada.
«Non me ne frega un benemerito accidente se non riesci
a fare tutto con il denaro che ti ho dato! Te ne do altro, basta
che porti a termine questa rottura di scatole in meno di...
cosa?... Stai scherzando, spero! Lascia perdere il commerciante,
che non capisce neppure cosa...».
Giada non doveva stare ad ascoltare e si stava facendo tardi,
la sua compagna di appartamento la stava aspettando; ma la
cosa si faceva interessante: amava così tanto entrare nella vita
degli altri!
«Cosa ti fa pensare che ci metterà i bastoni tra le ruote?...
Ti do tutti i soldi che ti servono, basta che chiudi questa faccenda
una volta per tutte! Devo... no, no, stammi tu bene a
sentire! Devo portare a termine questo dannato esperimento
e Serafini attende la prima fornitura a breve!».
Chiuse la conversazione. Giada, come svegliata da un sogno,
entrò nel laboratorio.
«Mi scusi professore, mi sono dimenticata un libro... ».
L’uomo sobbalzò alla visione di Giada: avrà ascoltato la sua
conversazione al telefono?
Giada afferrò il libro lasciato sotto il tavolo e si voltò lentamente
verso il professore che stava riordinando la cattedra
preoccupato, prendendo le sue cose e mettendole nella sua
ventiquattrore.
«Problemi, professore?» chiese Giada con tranquillità.
L’insegnante non era sicuro di dove la sua studentessa volesse
andare a parare.
«Non capisco la sua domanda! Va tutto bene, certo» rispose
con ben poca sicurezza.
«Su professore... lo sa benissimo... con chi stava parlando al
telefono?».
L’uomo spalancò gli occhi e si bloccò, mentre la ragazza si
avvicinò.
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«Allora, professore? Che esperimento ha tra le mani?».
Era a pochi metri dall’uomo, quando dalla sua borsa estrasse
una calibro 35 puntandola bassa contro l’uomo e sollevandola
mano a mano che si avvicinava a lui. Il professore, alla visione
dell’arma, non seppe proprio cosa fare: la fissò per qualche
istante e poi sollevò lo sguardo verso Giada, per vedere che
intenzioni avesse.
«Professore, mi dica più precisamente in che cosa consiste
l’esperimento!».
CAPITOLO XIV
Steven si trovava nella sua tenda quella sera, disteso supino.
Teneva le mani dietro la nuca, guardando in alto e pensando a
quello che stava vivendo: veramente una bella esperienza! Se
solo Laura non fosse così... rigida! In quel momento entrò la
ragazza, che gli sorrise e si sdraiò alla sua destra. Steven si girò
di fianco e la fissò negli occhi.
«Quanto sei bella!».
Laura arrossì, continuando a sorridere. Non distolse lo
sguardo, anzi, lo fece divenire più intenso. Il ragazzo si avvicinò
con la testa e i due si baciarono, inizialmente con molta
delicatezza, poi con maggiore intensità, fino a raggiungere
una passione quasi violenta in Steven. Laura ebbe paura e si
fermò, guardandolo con aria interrogativa e meravigliata. Il
ragazzo si fermò anche lui, vedendo la mancata partecipazione
della ragazza. Poi capì che forse non si era comportato
secondo gli schemi di Laura. I due si guardarono per qualche
attimo, per capire le intenzioni l’uno dell’altro. Il viso della
ragazza divenne più rilassato, e le sue labbra formarono un
timido sorriso. Steven allora si fece avanti. Le si avvicinò e
fece scivolare la sua mano lungo il collo, per poi arrivare alla
spallina, che abbassò. La ragazza intuì immediatamente le intenzioni
del ragazzo, ed emise un lamento, quasi impercettibile,
voltandosi dall’altra parte e risollevando la spallina.
«Beh... che c’è?».
«Scusami Steven, ma non mi va!».
Il ragazzo si lamentò e uscì dalla tenda.
Fuori trovò Thomas e Dario immobili, che guardavano il
sottobosco immerso nell’oscurità. In lontananza si udì, remoto,
il canto che Thomas aveva sentito la notte precedente.
«Che fate, ragazzi?» domandò Steven ad alta voce.
«Silenzio! Non hai sentito?» domandò in risposta Thomas.
«Cosa?» fece nuovamente il ragazzo, sempre con lo stesso
tono di voce, senza un minimo di preoccupazione.
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«Vuoi fare silenzio e ascoltare?».
Proprio in quel momento, dietro di loro si udì un rumore di
foglie causato dal passaggio di qualcuno. I ragazzi si voltarono
di scatto e videro una bambina a pochi metri di distanza.
Aveva il vestito illuminato dalla calda luce del fuoco, ma il viso
era in penombra. Dedussero si trattasse di una bambina per
via della statura. Appena vide che i ragazzi si erano accorti
di lei, la piccola si nascose dietro l’albero più vicino. Steven
le si avvicinò con aria circospetta, come si fa con gli animali
che ancora non si conoscono. Il suo viso apparve alla luce del
fuoco.
«Ciao bambina, come ti chiami? Dov’è la tua mamma?».
In risposta Steven ricevette un urlo terrificante, che lasciò
di stucco i ragazzi. Poi la bambina corse via e scomparve nell’oscurità.
I tre amici non fecero in tempo a capire cosa fosse
accaduto, che rumori da ogni dove si avvicinarono rapidamente.
Dalla selva comparvero alcuni uomini che catturarono
con violenza i ragazzi. Steven combatté con tutte le sue forze
per cercare di liberarsi e proprio in quel momento Laura uscì
dalla tenda.
«Ma cosa sta succedendo?».
Non fece in tempo a terminare la domanda, che una mano
la zittì imbavagliandola. Steven, vedendo la sua ragazza in difficoltà,
si divincolò con tutte le sue forze.
«Lauraaa!».
Ma proprio in quel momento, un’altra mano lo zittì.
Ancora libero, Dario entrò nella tenda di Chiara che si era
appena svegliata per il rumore.
«Che cos’è tutto questo baccano?».
«Presto, devi scappare! Non farti vedere. Corri Chiara, corri!».
La ragazza riuscì a scappare aprendosi un varco nella tenda,
mentre gli altri vennero bendati, imbavagliati e legati alle
mani, per poi essere costretti a seguire i loro sequestratori.
Dove li stessero portando, cosa mai volessero da ragazzi che
non avevano neppure genitori facoltosi... questi pensieri assalirono
Thomas con una forza terrificante, che lo fecero quasi
svenire. |